IL CASO Tra i 125 tanti volti noti a Rovigo: prefetti, magistrati, sindaci e primari avevano fatto ricorso alla Corte dei conti del Veneto contro le decurtazioni che dovevano sostenere la solidarietà agli esodati: per loro la pensione minima è 91.251,16 e

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Chi tra di loro ha la pensione più bassa prende 91.251,16 euro l'anno. Vale a dire 14 volte il trattamento pensionistico minimo previsto dall'Inps. Sono i 125 Veneti che hanno presentato ricorso alla Corte dei conti, sezione del Veneto, contro la norma che, a decorrere dal 1° gennaio 2014, disponeva per tre anni una decurtazione della loro pensione, per un contributo di solidarietà per sostenere i cosiddetti "esodati", ossia coloro che avevano lasciato il mercato del lavoro in anticipo, con un accordo con il proprio datore di lavoro - anche lo Stato - e si erano trovati "scoperti", ossia senza alcuna entrata, in seguito all'innalzamento dell'età pensionabile disposto nel 2011 dal Governo Monti. La decurtazione contro la quale era stato presentato ricorso era del 6% per le pensioni da 91.215,16 euro a 130.358,80 euro, del 12% per le pensioni comprese nella forbice tra quest'ultima somma e 193,217 euro, e del 18% per le pensioni superiori a 193.218 euro



Rovigo - Ci sono un ex Prefetto di Rovigo, Aldo Adinolfi. Un ex presidente del Tribunale, Michele Bordon. Un ex sindaco del capoluogo Rovigo, Bruno Piva. Un ex direttore generale dell'Ulss 18, Gianni Tessari. Un ex direttore sanitario, Ferdinando Sortino, sempre dell'Ulss 18. Un ex magistrato delle acque, Maria Giovanna Piva. Assieme a un bel numero di medici. Tutti, avevano presentato ricorso contro la parte della legge 147 del 2013 che prevedeva una decurtazione della pensione, per tre anni e a partire dal 1° gennaio del 2014, per i titolari di trattamenti previdenziali che fossero pari o superiori a 14 volte il trattamento minimo Inps, ossia  91.251,16 euro annui.

La trattenuta era destinata a costituire una sorta di contributo di solidarietà, per andare a sostenere la posizione dei cosiddetti esodati. Si tratta di coloro che, con un accordo o tramite contratto collettivo nazionale di lavoro, erano usciti in anticipo dal mercato del lavoro, per poi pagare le conseguenze della riforma pensionistica messa in atto nel 2011 dal Governo Monti, che aveva innalzato l'età pensionabile. Molte persone erano quindi rimaste senza alcuna entrata.

La decurtazione contro la quale era stato presentato ricorso era del 6% per le pensioni da 91.215,16 euro a 130.358,80 euro, del 12% per le pensioni comprese nella forbice tra 128.812 e 193,217 euro, e del 18% per le pensioni superiori a 193.218 euro.

A questo punto si deve fare una precisazione importante, per evitare di scadere nel populismo. Tutte le persone titolari dei trattamenti pensionistici in questione hanno lavorato, duramente. Hanno maturato una pensione commisurata al loro reddito che a sua volta era commisurato alla quantità e alla qualità delle loro prestazioni lavorative.

Sono in tutto 125 i dipendenti pubblici in quiescenza e titolari di "pensioni d'oro" che avevano presentato ricorso contro la disposizione di questi contributi di solidarietà, rivolgendosi alla Corte dei conti del Veneto, in veste di giudice delle pensioni. Lamentavano la incostituzionalità della legge che imponeva questi contributi. Citavano, tra l'altro, una legge precedente, meno penalizzante, che pure era stata dichiarata incostituzionale.

Una impostazione che non è stata fatta propria dai giudici della Corte dei conti, che hanno rigettato il ricorso. Nel farlo e nel dare conto della loro decisione, hanno spiegato le proprie motivazioni.

"In definitiva - scrivono - secondo la Consulta per non violare i limiti costituzioni il contributo di solidarietà deve concretarsi come una misura improntata alla solidarietà previdenziale e avere quali presupposti necessari l'eccezionale crisi contingente e grave del sistema previdenziale e l'incidenza sostenibile e proporzionale sulle pensioni più elevate, in rapporto alle pensioni minime, oltre ad essere comunque utilizzato come misura una tantum".

"Queste condizioni appaiono, sia pure al limite, rispettate nel caso dell'intervento legislativo in esame, in questo esso opera all'interno del sistema previdenziale, in un contesto di crisi del sistema stesso, acuitasi negli ultimi anni, per arginare la quale il legislatore ha posto in essere più di un intervento, contingente o strutturale tra cui, in particolare, proprio quelli per salvaguardare la posizione dei lavoratori cosiddetti 'esodati'".

"Inoltre - concludono - il contributo riguarda le pensioni 'più elevate', ossia quella il cui importo annuo si colloca tra 14 e 30 volte e più l trattamento minimo di quiescenza, incidendo in base ad aliquote crescenti, secondo una misura che rispetta il criterio di proporzionalità".

17 gennaio 2017
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