CONSIGLIO DI BACINO Non c'è riuscito Rovigo come Ente coordinatore capoluogo di provincia, la diffida di Luca Zaia di novembre 2016 è caduta nel vuoto, la Regione Veneto ci riprova e concede fino al 31 marzo ai 50 Comuni

Governatore ignorato, scatta l'ultimatum da Venezia

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"Nonostante la diffide del Presidente della Giunta regionale del Veneto..." comincia coì la comunicazione pervenuta a tutti e 50 Comuni del Bacino Rovigo ed alla Prefettura la comunicazione via Pec datata 7 marzo 2017 per aver superato il termine consentito nella costituzione del Consiglio di bacino. Il nulla di fatto non si traduce immediatamente in commisariamento, ma viene concessa una ulteriore manciata di giorni. Nel mentre, martedì 14 marzo in consiglio comunale a Rovigo, Nereo Tescaroli per l'Azienda speciale e Pierluigi Tugnolo per l'Ente di bacino, sono stati chiamati a riferire dalla minoranza sullo stato di liquidazione dell'Ente di bacino e sulla situazione dell'Azienda speciale del Consorzio Rsu partecipata dal Comune di Rovigo al 21% come era stato già anticipato (LEGGI ARTICOLO)


Rovigo - Da Ente coordinatore per la costituzione del Consiglio di bacino ad Ente coordinato direttamente dal Dipartimento ambiente della Regione Veneto: il comune capoluogo è stato messo alla stregua di tutti e 49 altri comuni polesani dalla comunicazione a firma del direttore regionale Luigi Fortunato che denuncia come, alla data del 7 marzo, "ad oggi non è pervenuta alcuna convenzione debitamente sottoscritta per la costituzione del Consiglio di bacino".
La Regione Veneto mette nero su bianco quanto grave sia l'aver disatteso la diffida a firma del presidente Luca Zaia dello scorso 4 novembre 2016 e concede, in extremis, ulteriore tempo fino al 31 marzo 2016 per la trasmissione dello statuto sottoscritto.
Se quindi, nemmeno Rovigo, in qualità di Ente coordinatore, ha trasmesso la convenzione firmata, ma ha deciso di prendere tempo confrontandosi con il presidente della Provincia Marco Trombini (LEGGI ARTICOLO) un po' di responsabilità lo si deve anche alla Regione che, ben oltre la scadenza del 5 febbraio dei 90 giorni intimati con la propria nota a prot. 429967 del 4/11/16 non ha ancora provveduto a nominare i commisari ad acta per tutti e 50 i Comuni, come aveva promesso (LEGGI ARTICOLO)  ma anzi, concede ancora tempo, fino alla fine del mese, per il passaggio nei singoli consigli comunali.

Non si capisce cosa abbia fatto soprassedere la Regione Veneto dall'usare il pugno di ferro sul bacino di Rovigo piuttosto che il guanto di velluto, fatto sta, che la situazione è ancora di stallo ben oltre la scadenza perentoria che la stessa Regione aveva fissato nel 5 febbario 2017 e dopo l'erogazione del contributo regionale (LEGGI ARTICOLO) per la coosiddetta bonifica di Taglietto 1, anche se parziale ed incompleta.

Se a questo "ritardo" nel rispetto dei propri propositi si aggiunge il mandato di pagamento del 2 dicembre 2016 del contributo regionale a favore dell'Ente di bacino, che aveva contratto un mutuo da euro 3 milioni di euro, a favore dell'Azienda speciale del Consorzio Rsu, proprio in virtù di un parere, postivo, richiesto a suo tempo in Regione (LEGGI ARTICOLO) , lo scenario di ulteriore attesa proprio non si capisce.

Lo ribadisce infatti la stessa Regione Veneto che "la costituzione dell'organismo del Consiglio di bacino non rappresenta una facoltà in capo agli Enti locali, bensì un obbligo di legge", vedremo come questo obbligo verrà imposto a partire dal 1 aprile 2017 o se, come scrive la Regione, si addiverrà ad una "ragionevole composizione della questione".

A Venezia, probabilmente, non hanno ancora capito che il Polesine è infetto dal "virus" della pseudo democrazia dei più ove, se tutti, o una larga maggioranza, decidono di fare una cosa, o di farla in un certo modo, la fanno. Perchè la maggioranza conta, perchè un territorio deve potersi autoderminare, perchè prima vengono le "esigenze" del territorio, poi tutto il resto. Con buona pace della Corte dei Conti regionale, dell'Autorità anticorruzione nazionale e della Regione stessa che, quando scrivono, "invitando", in realtà non capiscono, e le loro intimazioni diventano solo occasioni di dialogo non richiesto, producono delle risposte, magari scritte da legali, piuttosto che atti formali di rispetto delle prescrizioni impartite.
8 marzo 2017
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