LA MAXI INCHIESTA A ROVIGO Si sospettano pubblici ufficiali conniventi, forse corrotti. I particolari dell'indagine che ha portato sei imprenditori in manette. Gli investigatori descrivono un quadro assolutamente allarmante

[VIDEO] "Terreni agricoli invasi da fanghi per profitto". L'ombra della corruzione

Tra ville e giardini 2018
E' una inchiesta che ha scosso alle fondamenta il Polesine, portando a sei arrestidi notissimi imprenditori del settore rifiuti, e al sequestro di 280 ettari di campi tra Adria e Pettorazza, dove sarebbero finiti rifiuti, ossia fanghi da depurazione, che secondo le ipotesi solo nominalmente avrebbero subito il trattamento previsto dalla legge (LEGGI ARTICOLO). A condurre l'indagine, la direzione distrettuale antimafia di Venezia. Al centro della vicenda, la ditta Coimpo. E' già aperto un processo penale sull'incidente mortale sul lavoro che il 22 settembre del 2014 è costato la vita a quattro persone (LEGGI ARTICOLO) e quella sugli spandimenti di fanghi da depurazione in Toscana, condotta da Firenze (LEGGI ARTICOLI)

Adria (Ro) - Massimizzare il profitto, smaltendo molti più fanghi di quanto sarebbe stato possibile rispettando le varie fasi previste dal procedimento e i limiti di legge. Dichiarando una minima parte del volume di materia in realtà trattata e smaltita. Con fanghi smaltiti anche senza avere seguito il necessario iter di trattamento. Questa l'ipotesi cha sta alla base della maxi inchiesta per traffico di rifiuti che ha portato sei persone in manette su disposizione della direzione distrettuale antimafia di Venezia. In pratica, i terreni agricoli venivano "invasi" indifferentemente da fanghi o fertilizzanti, senza quella diversificazione che sarebbe doverosa, in misura molto superiore a quella consentita dalla normativa. Solo per potere lavorare e smaltire il più possibile e quindi guadagnare il più possibile.

Dopo la raffica di arresti, l'attività è ancora in corso. "Sono orgoglioso di questa attività di servizio - dice il comandante provinciale dell'Arma Antonio Rizzi - perché conferma come l'Arma abbia fatto ulteriori passi avanti nella difesa dell'Ambiente e della Natura. Questo grazie all'assorbimento della Forestale". Competenze specifiche, quindi, che sono stati fondamentali nel corso degli accertamenti. L'Arma territoriale ha la necessità di reparti speciali". Questo per spiegare come l'indagine sia, appunto, dei carabinieri forestali, con i militari tradizionalmente intesi, che hanno fornito un supporto.


L'indagine nasce all'indomani della tragedia del 22 settembre del 2014, con la morte di quattro persone, uccise da una nube tossica nata all'interno di Coimpo, originatasi, secondo i primi riscontri, nel corso di sversamento di acido in una vasca dove vengono trattati fanghi da depurazione. Inizialmente la Forestale entra come polizia giudiziaria in quanto richiesta dal sostituto procuratore Sabrina Duò, intenzionata ad allargare la portata dell'indagine al di là del semplice incidente mortale. Per tutto il 2014 e i mesi sino all'ottobre del 2015 viene analizzata la documentazione, per ricostruire i movimenti in entrata e in uscita.

A complicare la ricostruzione, il fatto che a operare non fosse unicamente Coimpo, ma anche Agribiofert, ditta che lavorava sempre nel perimetro di Coimpo. "Coimpo - è stato spiegato nel corso dell'incontro con la stampa - aveva il compito di stabilizzare i fanghi, che arrivavano dal trattamento delle acque reflue urbane e da industrie assimilate alle industrie agricole. Per esempio, dai lavaggi di cereali, di frutta, o dei macelli. Stabilizzare un fango - questa avrebbe dovuto essere la mission di Coimpo - significa che nel periodo di trattamento nell'impianto deve decadere la carica batterica di questi fanghi, visto che si parla comunque di materiale organico".

"Agribiofert - ha proseguito il comandante dei carabinieri Forestali .- viene creata perché è necessario trovare una destinazione per i fanghi e consentire la lavorazione dei successi. Qui si innesca il passaggio malato di questa situazione. Il passare del tempo gioca a sfavore del business. Il tempo è un fattore fondamentale. Si fa meno business nella misura in cui passa il tempo. Il prolema di chi tratta i rifiuti è trovare il posto dove portarli dopo che sono stati trattati. E' qui che nasce il problema e nasce il traffico dei rifiuti. I 60 giorni previsti dalla legge erano troppi, in questa ottica".

In parole povere, più fanghi si ricevono e si trattano maggiore è il guadagno. A patto che si svuoti il sito da quelli già trattati.
"Agribiofert allora si propone come canale alternativo - proseguono i carabinieri - nasce per creare un fertilizzante che non dovesse rispettare questi termini. Incamera il fango, ma invece di attendere i 60 giorni lo mescola con la calce. Ne nasce una aggregazione di sostanza organica. Consente di decantare". Una attività che, da normativa, non sarebbe stata oggetto di Aia da parte della Provincia sotto le 100 tonnellate al giorno.

"Una volta fatto l'impasto per abbassare il ph - prosegue la ricostruzione - si aggiungeva l'acido solforico. Il giorno delle quattro morti era in corso questa operazione". Una operazione consentita, a patto di adottare determinate misure di sicurezza e di formazione del personale. Queste quindi le due linee di produzione: fanghi stabilizzati per Coimpo, fertilizzanti per Agribiofert. I fertilizzanti avrebbero avuto poi il vantaggio di non dovere rispettare limitazioni quantitative nello spandimento, secondo la normativa. In questo contesto, quindi, è l'agricoltore a fungere da regolatore per la quantità.

In realtà però è qui che sarebbe avvenuto il corto circuito. Ci sarebbero stati terreni sui quali si pagava per spandere il fertilizzante oltre i limiti. Quei terreni quindi sarebbero stati fertilizzati e avrebbero ricevuto fanghi da entrambi le aziende, senza una netta separazione tra le due linee. Non sarebbe quindi stata rispettata la regolarità nei passaggi. "Abbiamo esaminato i video di 28 giorni prima dell'incidente - spiega il comandante - Abbiamo contato 192 movimenti. Di questi solo 18 sono finiti nella vasca C, dei fanghi stabilizzati. La suddivisione avveniva in sostanza in maniera casuale o quasi".

In pratica, quindi, i limiti temporali non venivano rispettati, così come non venivano rispettate le varie fasi del procedimento. Secondo i forestali, dal 2010 al 2014 i quantitativi dichiarati erano il 23% di quelli entrati. Il 77% veniva spiegato come un calo ponderale. Quest'ultimo però secondo gli investigatori potrebbe essere nell'ordine del 20%. In questa ottica, diversi formulari sarebbero stati utilizzati per vari viaggi.

Il tutto con la complicità - secondo questa tesi - dei proprietari dei terreni, non solo dei terzisti che trasportavano il materiale, spesso come detto con documentazione non in regola. Agricoltori che, dietro l'affitto e l'aratura, erano più che disposti a chiudere un occhio. Da qui il sequestro di 280 ettari. Che avrebbero ricevuto fertilizzanti in misura superiore a quella prevista dalla legge, ma anche indifferentemente. I campionamenti avrebbero consentito di trovare anche concentrazioni di metalli pesanti. Per quanto la cautela sia d'obbligo, dal momento che non è facile individuare la loro provenienza, il dato fa pensare.

Intanto la Procura della Repubblica avrebbe aperto una inchiesta parallela, con perquisizioni in atto in queste ore. Si pocedere per reati contro la pubblica amministrazione, che avrebbero potuto essere messi in atto da pubblici ufficiali. Uno scenario clamoroso. C'è, insomma, l'ombra della corruzione, o di reati similari. Sono in tutto 41 gli indagati.
11 dicembre 2017
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