CULTURA ROVIGO Venerdì 23 febbraio alle ore 21 al Teatro Sociale va in scena lo spettacolo “Inferno” del teatro del Lemming

Comunicazione diretta con gli inferi

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Una libera e personale scrittura scenica che interroga attori e spettatori a partire dal loro stesso statuto e, persino, nella loro comune e inquieta condizione di cittadinanza: è “Inferno” lo spettacolo proposto dal Teatro del Lemming per venerdì 23 febbraio alle ore 21 al Sociale



Rovigo - Dopo diversi anni torna al Sociale il Teatro del Lemming. Venerdì 23 febbraio alle 21, andrà in scena Inferno parte I di Nekyia-viaggio per mare di notte.

“Sono molto orgogliosa e felice - ha detto l'assessore alla Cultura Alessandra Sguotti - di lavorare con il teatro del Lemming e di aver portato un loro spettacolo al Sociale. In realtà, gli appuntamenti sono due, oltre a questo un altro che si farà più avanti al Teatro Studio e dedicato ai ragazzi per dare significato anche a questo luogo, anch'esso teatro della città, oltre che casa del Lemming. Con loro stiamo preparando iniziative molto importanti e stiamo lavorando per riportare a Rovigo il festival Opera Prima. Nel frattempo cogliamo questa bella occasione, è importante che il nostro teatro venga aperto al pubblico. Ad oggi, se confrontiamo le attività fatte con le attività dello scorso anno, abbiamo avuto 1.500 presenze in più. Siamo molto soddisfatti di quanto stiamo facendo e portando avanti per un teatro sempre più aperto e partecipato”. I dettagli dello spettacolo sono stati illustrati dal regista Massimo Munaro.

Questo lavoro, come ha spiegato Munaro, costituisce la prima parte di Nekyia, che in greco significa viaggio per mare di notte o discesa agli inferi. Il ciclo suggerisce la possibilità di un ripensamento radicale dei tre regni che la nostra cultura occidentale designa come i regni dell’oltre-mondo: Inferno – Purgatorio – Paradiso rappresentano anche oggi, infatti, innanzi tutto un patrimonio comune e insostituibile del nostro universo simbolico. Il ciclo prevede il coinvolgimento diretto, drammaturgico e sensoriale di un gruppo limitato a 17 spettatori a replica.

La prima parte di questo ciclo, Inferno, può essere considerata anche come un’opera autonoma ed è per questo che al teatro Sociale viene proposta da sola e senza limitazione di spettatori. Da un punto di vista drammaturgico il lavoro su Inferno deve intendersi come una libera e personale scrittura scenica che interroga attori e spettatori a partire dal loro stesso statuto e, persino, nella loro comune e inquieta condizione di cittadinanza. Se da un punto di vista psichico l’Inferno, come è per il teatro, suggerisce uno sprofondamento dell’anima nel regno dei morti, del sogno e dell’inconscio - cioè in un luogo senza tempo - da un punto di vista etico esso ci riporta, invece, a domande basilari sul nostro tempo, sul regno del presente. A questo presente gli spettatori, qui, sono lasciati nella loro condizione quotidiana di muta impotenza. 

 

Ma, d’altra parte, se, come cerchiamo di testimoniare con Inferno, la nostra società è davvero diventata una “società dello spettacolo”, invadendo qualunque espressione sociale, il compito del Teatro, a noi pare, è diventato quello di affermare per sé uno statuto non spettacolare, poiché questa è l’unica via onorevole, forse l’ultima possibile, per giustificare la propria esistenza. Riportare così il teatro ad una dimensione rituale, da cui pure esso sgorga originariamente, significa affermare oggi la sua funzione e la sua necessità. Da questo punto di vista il teatro – da tempo – dovrebbe essere considerato non più luogo della finzione – che lasciamo volentieri all’infera spettacolarità diffusa – ma come luogo della rivelazione (Theatron, appunto), dovrebbe essere cioè in grado di costituirsi come regno dell’Anti-finzione. In altre parole: o il Teatro è in grado di proporsi come momento di Verità per una comunità di attori e spettatori considerati nella loro singolarità personale – perché, come ha scritto Gabriel Marcel, “non vi è autentica profondità che quando può realmente effettuarsi una comunicazione umana e una tale comunicazione non può darsi in mezzo alla massa” – o il teatro non ha più alcuna ragione di esistere.

Il lavoro su Inferno rappresenta la messa in gioco di questa questione, oggi, ineludibile. Il lavoro si costituisce come riflesso della nostra infera condizione quotidiana. E, come uno specchio crudele, questo riflesso si propone di provocare nello spettatore uno shock rivelatore e salutare. Per gli spettatori si tratta così, nell’attraversamento completo di Nekyia, di rimettere concretamente in gioco il proprio ruolo e la propria funzione: dalla solitaria passività iniziale (Inferno), alla trasformazione (Purgatorio) in attori di un gioco collettivo (Paradiso).  

Soddisfazione anche dall'attrice Fiorella Tommasini. “Lavorare in Inferno non è semplice, però lo penso e ricordo come un bellissimo momento della storia del Lemming”.

22 febbraio 2018
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