RUGBY ROVIGO Lo scudetto della stella rossoblù fu la sua consacrazione, Alessandro Bombonato e le mani d’oro ch e all’epoca erano rare nel suo ruolo

Il bucaniere

Alessandro Bombonato
TedxRovigo

Alessandro Bombonato: “Rispetto al Rovigo di oggi credo non si possano nemmeno fare paragoni. Eravamo praticamente tutti purosangue rodigini, parlavamo lo stesso dialetto”.

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Rovigo - La storia di Alessandro Bombonato con la Rugby Rovigo inizia nel settore giovanile della Monti, dagli aquilotti alle aquile e poi cadetti e giovanile, e prosegue in prima squadra sin dall’inizio degli anni ’80, quando ancora il team aveva la denominazione Sanson e c’erano in rosa nomi come Favaretto, De Anna, Zanella, Bettarello e gli altri. 

Prosegue poi con i due scudetti e s’interrompe a 33 anni con il passaggio in Emilia, tra Reggio e Parma, dove finisce la carriera e inizia la sua attività lavorativa.

Dieci anni fa, poi, il ritorno in Polesine, dove attualmente lavora come guardia giurata e senza legami, se non da tifoso, con il rugby. Per tutti più semplicemente, però, era e rimane tutt’ora Buca.
“Un soprannome che mi fu dato ancora quando ero giovane e avevo 15, 16 anni. Nasce da una giornata assieme agli amici al mare ad un torneo, in cui qualcuno disse che sembravo un bucaniere, forse per come mi comportavo o perché ero sempre in acqua, e poi arrivò il diminutivo che ad oggi sopravvive e mi porto dietro”. 

Di Bombonato, si dice anche avesse qualità tecniche superiori alla media che di solito non ci si aspetta da chi deve prettamente lavorare duramente in mischia. “Avevo la fortuna di avere due buone mani, da trequarti, e anche un buon piede. Partecipavo assieme agli altri tutti i pomeriggi alle nostre gare nei calci al campo”.

La stagione 1987/88 fu la consacrazione per tutto quel gruppo. “Fu un anno fantastico, favoloso, soprattutto perché eravamo una squadra di amici. Avrei un milione di aneddoti, ma dovrei sicuramente pensarci. Fu eccezionale anche l’apporto del pubblico, in tutte le partite in casa e anche a Roma, con il treno e i pullman che arrivarono a sostenerci e furono il vero sedicesimo uomo che ci spinse alla vittoria”.

Ciliegina sulla torta fu appunto la finale vinta contro Treviso. “Ci eravamo subito preoccupati arrivati allo stadio, vedendo che il terreno era fangoso e in pessime condizioni. Essendo noi più leggeri, ci eravamo preparati per muovere molto palla, farli correre e stancarli. Il campo di sicuro non ci aiutava, ma poi c’è stata l’invenzione di Massimo Brunello”.

A trent’anni di distanza, il 1 giugno ci sarà la possibilità di ritrovarsi. “Non vedo l’ora. Con molti ho mantenuto i contatti, ma visivamente non vedo tanti miei compagni da un po’ ed è sempre un piacere potersi ritrovare. Rispetto al Rovigo di oggi credo non si possano nemmeno fare paragoni. Eravamo praticamente tutti purosangue rodigini, parlavamo lo stesso dialetto”.

Pensando a quella stagione, quale fu la qualità che fece la differenza per il successo finale? “La mentalità, che ci fu inculcata dai sudafricani. Si passò da tre a cinque allenamenti e chi era libero anche al mattino, vale a dire la maggior parte, doveva fare palestra. Loro tre furono davvero fondamentali”.

Capitano e poi anche allenatore successivamente, ma soprattutto lì vicino in prima linea, a dare subito manforte c’era Tito Lupini. “Con lui si poteva tranquillamente andare in guerra. Se ci avesse detto buttatevi dentro l’Adige, non avremmo avuto titubanze e l’avremmo fatto tutti senza problemi. Era un grande giocatore, capitano e un grande uomo. E’ stato anche una specie di papà per tutti i giocatori. Non ci fosse stato lui, non so come sarebbero andate le cose”.

Invece si finì con grandissimi festeggiamenti durante il viaggio di ritorno e all’arrivo a Rovigo. “I nostri dirigenti da Roma a Rovigo furono obbligati a scendere ad ogni autogrill per comprare due casse di birra. A Rovigo poi fu una bolgia, una festa incredibile e penso nessuno di noi si aspettasse un’accoglienza del genere”. 

 

24 maggio 2018
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