DIRITTO E TUTELA 3.0 L’avvocato Fulvia Fois illustra i cambiamenti che verranno adottati con la nuova sentenza della Corte di Cassazione sul diritto all’assegno divorzile

L’assegno di divorzio cambia ancora, aggiustato il tiro per il coniuge “debole”

DOMINA fuori tutto

Un nuovo criterio composito che riconosce ai coniugi pari dignità e solidarietà, dando maggior peso al contributo familiare dell’ex coniuge: è ciò che stabilisce le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sul diritto all’assegno divorzile. L’avvocato Fulvia Fois nella rubrica Diritto e tutta 3.0 spiega le novità. Per dubbi o altre informazioni scrivere a dirittoetutela3.0@gmail.com



ROVIGO - Con la sentenza n. 18287 dell’11 luglio 2018, le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno risolto un contrasto giurisprudenziale che era sorto dopo l’emanazione della sentenza n. 11504 del 2017 della Suprema Corte, nota come sentenza Grilli.

Quest’ultima aveva subordinato il diritto all’assegno divorzile al solo fatto che il coniuge che lo richiedeva non fosse economicamente autosufficiente e non potesse esserlo per ragioni oggettive, escludendo l’applicazione del quasi trentennale parametro del “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio” per quantificarne l’entità: in altri termini all’assegno era riconosciuta una mera funzione assistenziale.

Di conseguenza, se veniva accertato in giudizio che il richiedente l’assegno era economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, il diritto non gli doveva essere accordato, a prescindere dal tenore di vita goduto durante la vita coniugale.

In questo modo veniva ignorato il vissuto dell’esperienza matrimoniale coniugale, lasciando spazio solo all’accertamento della sussistenza oggettiva di uno stato di bisogno o dell’insufficienza, parimenti oggettiva, dei mezzi propri.

A detta della Suprema Corte, il matrimonio non doveva più essere considerato “una sistemazione definitiva”, bensì un “atto di libertà ed autoresponsabilità”. Insomma, “finito il matrimonio, finiti i soldi”.

Orbene, con la pronuncia dello scorso 11 luglio le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che il diritto all’assegno divorzile non dipende più soltanto dalla mancanza di autosufficienza economica di colui che lo richiede e nemmeno deve garantire al coniuge che non ha mezzi adeguati, il ripristino del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

Più precisamente, nello stabilire l’assegno di divorzio si deve adottare un criterio composito, che tenga conto:

1) delle rispettive condizioni economico-patrimoniali;

2) del contributo fornito dall’ex coniuge al “patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età”.

 

Questo, sottolinea la Corte, perché “lo scioglimento del vincolo incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare”. All’assegno divorzile va quindi riconosciuta una funzione al contempo “assistenziale, compensativa e perequativa” e questo criterio composito trova fondamento “sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione coniugale anche dopo lo scioglimento del vincolo”.

L’assegno, nella sua funzione compensativa e perequativa, dovrà porre rimedio ad una situazione di squilibrio della situazione economico patrimoniale dei coniugi, che abbia trovato causa in costanza di matrimonio, in modo tale da dare rilievo ed importanza alle scelte e ai ruoli che i coniugi avevano compiuto per la vita familiare e da consentire a quello più debole di vedersi concretamente riconosciuto quanto ha dato in costanza di matrimonio.

Ciò essenzialmente significa che verrà nuovamente in rilievo, oltre al criterio della mancanza o inadeguatezza di mezzi propri, anche il parametro del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno di essi e di quello comune.

Dovranno essere valorizzate, ad esempio, quelle scelte e decisioni comuni dei coniugi che possono incidere in maniera anche molto consistente sulla situazione economico-patrimoniale di ognuno di essi dopo la fine del matrimonio, ad esempio la scelta comune che uno dei coniugi non lavori per dedicarsi alla crescita dei figli e alla cura della famiglia, dando all’altro la possibilità di fare carriera ed aumentare i propri guadagni.

Questo pronunciamento, molto atteso non solo dagli operatori del diritto, accorda al coniuge economicamente più debole una protezione maggiore contro il rischio che le scelte ed i sacrifici compiuti durante il matrimonio per la famiglia divengano irrilevanti in fase di divorzio, a tutto vantaggio dell’altro.

Dunque con questa pronuncia la Corte di Cassazione ha voluto aggiustare “il tiro” della passata sentenza che aveva escluso per il calcolo dell’assegno di mantenimento divorzile il tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio inserendo ora tra i criteri di calcolo la valutazione concreta del contributo familiare fornito dall’ex coniuge economicamente più debole.

Fulvia Fois
Avvocato 
29 luglio 2018
Studio legale Fois 468x60




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