TRIBUNALE ROVIGO L’avvocato Francesco Trapella riflette sui tempi mai troppo celeri delle sentenze raccontando la storia di un suo assistito che dal 2003, all’epoca minorenne, ha dovuto affrontare un calvario giuridico

“Giustizia-lumaca: 15 anni per avere giustizia sono troppi”

TedxRovigo

Aveva 17 anni il ragazzo quando subì un’aggressione, era il 2003. Il processo penale per lesioni arrivò a sentenza nel 2009, con la condanna degli imputati che fecero appello. La prescrizione è giunta prima che cominciasse il secondo grado di giudizio. Oggi quel ragazzo, sono trascorsi 15 anni, non ha avuto giustizia ed è in attesa dell’ultima udienza civile. Il suo avvocato, Francesco Trapella, riporta il caso 


ROVIGO - “È comune opinione che la giustizia italiana sia lenta: chi vi accede, spesso, deve armarsi di pazienza e attendere anche anni per avere ragione delle proprie pretese o, per parte contraria, per conoscere l’esito del giudizio che lo riguarda quale destinatario di un’accusa”. E’ una constatazione amara quella che fa l’avvocato Francesco Trapella del foro di Rovigo che rievoca un caso avvenuto molto tempo fa e che non ha ancora ottenuto giustizia.

“Quando un mio assistito, classe ’86, mi ha chiesto di parlare pubblicamente della propria vicenda - racconta Trapella -  ho pensato che fosse una buona idea, proprio per dare all’ “uomo della strada” un saggio delle possibili ragioni che possono rendere lunga una vicenda giudiziaria, senza responsabilità né di avvocati, né di magistrati, ma giusto per quelle ragioni che motivano i tanti proclami di riforme giudiziarie, che mirano a riportare al centro della scena il vecchio concetto del “fare presto e bene”: un’idea, cioè, di efficienza processuale che sembra ormai persa nei rivoli di una prassi che, in effetti, fatica a garantire una risposta veloce alle esigenze del cittadino, ristretta com’è tra norme di difficile comprensione (persino per i tecnici) e formalità che, probabilmente, appartengono ad un passato lontano e che meriterebbero – ma questa è solo l’opinione di chi scrive – di essere snellite, magari anche con l’ausilio delle nuove tecnologie”. 

La storia parte nel 2003 quando un ragazzo (17enne all’epoca dei fatti) subisce un’aggressione da parte di alcuni conoscenti. “Avviato il procedimento penale per lesioni - spiega l’avvocato - esso giunse a processo nel 2007: in quell’occasione, l’interessato poté costituirsi parte civile, cioè chiedere il risarcimento del danno patito (quello derivante dall’aggressione) in sede penale. Nel 2009 gli imputati furono condannati in primo grado e, poi, com’è loro diritto, promossero appello. Prima che fosse fissata l’udienza davanti alla corte d’appello di Venezia, intervenne la prescrizione del reato”. Infatti, se un reato non viene accertato con sentenza definitiva, trascorso un certo periodo di tempo, interviene la prescrizione, il reato si estingue e il giudice pronuncia una sentenza di proscioglimento. “È come se, decorso quel lasso temporale, lo Stato si disinteressasse di quella vicenda e non volesse più proseguire nel processo. Questo accadde nel caso che sto raccontando: la sentenza del 2009 non era definitiva (infatti, è stato possibile appellarla) e, prima dell’inizio del secondo grado di giudizio, intervenne la prescrizione”. 

Stando a quanto riferisce Trapella l’interessato decise di rivolgersi al giudice civile, cioè a chiedere il risarcimento del danno in un contesto diverso da quello penale. 

“Nel 2013 cominciò il giudizio civile, dapprima nelle forme di un accertamento tecnico preventivo che chiarisse la presenza di postumi permanenti nel ragazzo, derivanti dall’aggressione subita, ormai dieci anni prima e, poi, nella specie del rito ordinario, cioè di quell’insieme di atti indispensabili per chiarire la responsabilità (ormai – s’è detto – solo civile) del fatto”. 

L’interessato infatti aveva ancora dei postumi e avvertiva ancora l’indebolimento degli organi colpiti dall’aggressione. “Erano aspetti da esaminare nuovamente: un conto, infatti, è se gli effetti dell’aggressione permangono a pochi mesi dal fatto, un altro è se ancora perdurano dopo dieci-dodici anni! L’importo del risarcimento da chiedere è diverso, per cui il giudice deve analizzare approfonditamente questi aspetti e dare alla controparte la possibilità di difendersi su questi specifici aspetti”. 

Si arriva quindi nel 2017 con la fissazione dell’ultima udienza civile che, complice un mutamento nell’organico del tribunale rodigino, è stata spostata a fine 2018. 

“La sintetica descrizione del fatto mi suscita una riflessione che, a mia volta, sottopongo a chiunque abbia voglia di leggere queste righe: la giustizia – penale o civile, non importa – ha bisogno di una riforma. Quindici anni per avere una risposta sono tanti, troppi: in un tempo simile – è fisiologico – la vita di una persona muta e, di pari passo, cambiano le sue esigenze. Al di là dei tecnicismi e delle procedure, probabilmente da snellire, quel che i cittadini domandano è questo: che ci siano responsi chiari, in tempi ragionevoli”.

 

 

9 agosto 2018
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