Condividi la notizia

CULTURA

Mio fratello Attilio Manca, suicidato dalla Mafia

A distanza di più di 16 anni rimane il mistero sulla morte di Attilio Manca, è stato ricordato anche il 1 agosto a Villa Valente Crocco di Salvaterra di Badia Polesine (Rovigo) nell’incontro organizzato dal CDP nell’ambito del campo “Estate liberi”

0
Succede a:

BADIA POLESINE (Rovigo) – Sono passati sedici anni da quando, il 12 febbraio 2004, Attilio Manca, è stato trovato morto nella sua abitazione di via Monteverdi a Viterbo. Sedici anni di lotte per una famiglia che, come ha testimoniato il fratello Gianluca si è trovata a fare i conti con un "muro di gomma" cementato da una giustizia assente, depistaggi clamorosi, archiviazioni incomprensibili ed uno Stato silente. Un'amarezza che si è "respirata" anche il 1 agosto a Villa Valente Crocco di Salvaterra nell’incontro organizzato dal CDP nell’ambito del campo “Estate liberi”.

Iniziata con un leggero ritardo, a causa dei necessari controlli anti-covid all’ingresso, la serata ha ricevuto l’apprezzamento dell’assessore alla cultura Valeria Targa che ha portato i saluti istituzionali del Sindaco Giovanni Rossi.

Dopo la breve presentazione di Remo Agnoletto, Gianluca Manca, che è anche magistrato onorario a Barcellona-Pozzo di Gotto, ha definito Villa Valente Crocco “Il posto giusto per raccontare la storia di mio fratello”, spiegando le convinzioni della famiglia Manca sulla tragica morte di Attilio, giovane brillante urologo definito “luminare” a soli 34 anni, che operava all'ospedale di Viterbo. A causarne la morte, come accertò l’autopsia, l’effetto combinato di tre sostanze, presenti nel sangue e nelle urine di Attilio: alcolici, eroina e Diazepam. Sul suo braccio sinistro i segni di due iniezioni. Per la Procura di Viterbo si è trattato di un suicidio ma per i genitori e il fratello, troppe erano le incongruenze per non pensare qualcos’altro e troppe le opacità su questa vicenda. Le uniche impronte rilevate nel bagno, racconta Gianluca, furono quelle di un cugino Ugo (noto alla giustizia per precedenti connivenze mafiose e che parlò poi di Attilio come di un drogato) che gli fece visita due mesi prima mentre mancavano quelle dei sei amici che pochi giorni prima cenarono con lui in quella casa.

La tesi del suicidio non regge ed è totalmente contestata dai familiari con semplici domande: Perché il quel volto tumefatto con la deviazione del setto nasale? Attilio era mancino, come avrebbe potuto farsi le punture letali nel braccio sinistro? Possibile che chi si vuole suicidare si preoccupi di indossare dei guanti (mai ritrovati) o ripulire da impronte le siringhe mentre moriva d’overdose?

La domanda invece è questa: perché lo avrebbero ucciso?

Solo dopo aver guardato la trasmissione “Chi l’ha visto” che parlava dell’operazione sotto falso nome del latitante Provenzano a Marsiglia che si fece poi curare i postumi operatori “stranamente” in provincia di Viterbo, la famiglia Manca ricollegò quelle vicende alla tragedia di Attilio.

Ecco perché fra incongruenze, omissioni nelle indagini, archiviazioni, riaperture del caso e delusioni, la famiglia non demorde nel chiedere verità anche se nel 2017 la Procura di Viterbo ha archiviato il caso definendo Attilio un “tossicodipendente” che a soli 34 anni decise di farsi due dosi di eroina sul braccio sbagliato.

Dietro alla sua morte la famiglia intravede invece l'ombra di Cosa nostra e pensa che alla base ci sia la colpa di Attilio d’aver riconosciuto in quel Gaspare Troia che Lui avrebbe operato a Marsiglia, il latitante Bernardo Provenzano. Uccidendolo il boss di Corleone si sarebbe così liberato di un pericoloso testimone di quella trasferta Oltralpe.

A distanza di più di 16 anni rimane il mistero. Chi è stato l’ultimo a incontrare Attilio nel suo appartamento? Chi avrebbe avuto interesse a farlo tacere per sempre e per quali ragioni? Una questione di droga? Un “favore” a Cosa nostra con sullo sfondo alcuni apparati deviati dello Stato? Perché, incalza Gianluca, l'allora capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (poi allontanato dalla Polizia in seguito alle violenze nella scuola Diaz), aveva mentito sulla presenza di Attilio Manca all’ospedale di Viterbo quando Provenzano veniva operato alla prostata in Francia? Certo è che nell’autunno del 2003 Attilio Manca raccontò telefonicamente alla sua famiglia di essersi recato a sud della Francia, senza però spiegarne i motivi.

Sullo sfondo, secondo Gianluca, si muovono anche quegli ambienti “ibridi” di Barcellona Pozzo di Gotto da sempre crocevia di oscure trame di mafia, che misero in contatto il Corleonese con Attilio. Del resto, ben otto collaboratori di giustizia (persino uno del clan dei Casalesi) hanno additato il giovane urologo come vittima di mafia e alcune intercettazioni del boss Francesco Pastoia confermerebbero il coinvolgimento di non meglio precisati corpi dello stato. Pochi giorni dopo quelle intercettazioni, Pastoia fu trovato inspiegabilmente impiccato nella sua cella. Insomma, tutti quelli che sapevano del viaggio di Provenzano, in un modo o nell’altro, tendevano a suicidarsi? O forse è meglio dire che “venivano suicidati”.

Per la famiglia Manca dunque anche quello di Attilio fu “Un suicidio organizzato”. Gianluca afferma di aver fiducia nella giustizia e d’esser convinto che prima o poi la verità verrà a galla, anche se ha aggiunto: “Però ci vuole tempo e non so se vedrò la fine di questa vicenda”. I Manca affidano le residue speranze per ottenere una volta per tutte la verità sperata a due indomiti avvocati, Fabio Repici e l'ex pm Antonio Ingroia.

Ugo Mariano Brasioli

Articolo di Domenica 2 Agosto 2020

Condividi ora la notizia con i tuoi amici

Oggi in Spettacoli e Cultura

La tua opinione conta!

Contribuisci alle discussioni quotidiane con gli altri utenti di RovigoOggi.it