Condividi la notizia

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

La Mostra del Cinema 2020 e i film più politici dell’edizione

Film documentari tra Siria, Iraq, Kurdistan e Libano, pellicole che raccontano il regime comunista, e le storie di cinque donne nel corso di una notte, ambientato in un locale notturno della città portuale di Haifa

0
Succede a:

VENEZIA - Notturno di Gianfranco Rosi è in concorso alla Mostra del Cinema sebbene sia un film documentario. Girato nel corso di di tre anni tra Siria, Iraq, Kurdistan e Libano, il film mostra da diverse prospettive la vita delle popolazioni locali dal 2017 al 2020, ovvero il periodo tra la riconquista di Mosul e Raqqa e l’omicidio del generale iraniano Soleimani da parte statunitense. Il film, però, non è un reportage, ma verte piuttosto su un documentario muto, in cui le storie vengono raccontate solo attraverso immagini e pochissime battute: strade notturne deserte, uomini solitari che vagano nella notte cantando, bambini che dormono su divani sporchi durante pomeriggi vuoti. Ovviamente, il film non è stato girato per essere il classico film di intrattenimento, e non è assolutamente accessibile a tutti; anzi, potrebbe allontanare molto quella fetta di popolazione non interessata a sapere certe storie. Ma allontana, al tempo stesso, anche gli spettatori che, dopo aver visto nei giorni precedenti film inerenti all’argomento (ricordo il sorprendente The man who sold his skin e Gaza mon amour), perdono la pazienza dopo un’ora di silenzi e sole immagini, ferme e protratte per minuti, di uomini che fumano narghilè e che stanno zitti a remare, soli in mezzo alle foglie. Un film può essere silenzioso, può provare a fare forza unicamente sui giochi di sguardi e di luci, ma se dietro la telecamera non c’è un genio, finisce quasi sicuramente per annoiare, e infatti in sala molti spettatori sono usciti prima del termine della proiezione.

Meglio, invece, è il film russo Dear Comrades! di Andrei Konchalovsky, regista che nella gioventù lavorò anche con Tarkovskij. In bianco e nero, con un formato inusuale, il lungometraggio del cineasta ultraottantenne racconta come il regime comunista del 1962 massacrò gli operai, dopo una serie di scioperi che misero a dura prova la produzione, dovuti all’aumento del prezzo di carne e latte. La protagonista è Lyudmila (moglie di Konchalovsky) caposettore del comitato locale del partito, con un’incrollabile fiducia negli ideali del partito. Durante quei giorni, però, tutto cambia, comprese le sue convinzioni: allo sciopero partecipa anche la figlia adolescente, e Lyudmila non riesce più a trovarla. Sfidando il partito, che dopo il massacro obbliga i testimoni a firmare un patto di segretezza (per cancellare l’accaduto, far finta che non sia successo nulla), la donna parte alla ricerca di sua figlia, finendo per cercare perfino tra le bare abbandonate di un cimitero, dove i corpi furono sepolti in teli di plastica a gruppi di due o tre. L’accaduto è rimasto secretato fino al 1992.

Sempre in concorso, infine, Laila in Haifa di Amos Gitai, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Marie-Jose Sanselme. È un film corale che fa incontrare le storie di cinque donne nel corso di una notte, con un cast di attori israeliani e palestinesi, ambientato in un locale notturno della città portuale di Haifa. Il club, Fattoush, è un rifugio per le persone più disparate: uomini e donne, etero e gay, ebrei e arabi, radicali e moderati. Il film vuole comunicare quanto si possa essere diversi, pur riuscendo a supportare e a capire l’altro; che uccidere o distruggere il diverso non serve a una società che, in realtà, del diverso ha bisogno per esistere.

Anja Trevisan

Articolo di Mercoledì 9 Settembre 2020

Condividi ora la notizia con i tuoi amici

Oggi in Spettacoli e Cultura

La tua opinione conta!

Contribuisci alle discussioni quotidiane con gli altri utenti di RovigoOggi.it