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SANITA’

La qualità di vita è posta al centro

Il Centro Residenziale di Cure Palliative “Casa del Vento Rosa” di Lendinara (Rovigo), intende ampliare l’assistenza psicologica che già eroga, per fornire nuove e sempre più appropriate risposte ai bisogni delle persone sofferenti e dei loro cari

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LENDINARA (Rovigo) - In questo momento ancora legato alla pandemia del Covid-19, il Centro Residenziale di Cure Palliative “Casa del Vento Rosa” di Lendinara, intende ampliare l’assistenza psicologica che già eroga, per fornire nuove e sempre più appropriate risposte ai bisogni delle persone sofferenti e dei loro cari. 

L’obiettivo, ricorda la presidente di “Casa Albergo per Anziani” Tosca Sambinello, Ente che gestisce il servizio per conto dell’Azienda Ulss 5, è che l’Hospice divenga il luogo in cui “non si va a morire”, ma “dove si vive la fase finale della propria esistenza con la propria dignità di persona”, dove la qualità di vita è posta al centro dell’agire dell’equipe di cura e dove anche la famiglia della persona sofferente sia presa in carico e supportata.

“Intendiamo - prosegue Sambinello - migliorare la qualità della vita delle persone malate e delle loro famiglie, sostenendole nell’affrontare le problematiche associate a malattie in stadio avanzato e ormai inguaribili, riguardanti non solo sintomi fisici come il dolore, ma anche bisogni psicologici, sociali e spirituali.

Il servizio è rivolto a persone affette da diverse patologie, sia oncologiche, che non (cardio-circolatorie, respiratorie, neurologiche, metaboliche), caratterizzate da un’evoluzione inarrestabile con prognosi infausta e non più rispondenti a trattamenti specifici. È possibile fruire anche di ricoveri di sollievo di durata limitata, pensati per alleviare le famiglie da carichi assistenziali spesso elevati, oppure per costruire o migliorare le modalità, fisiche e psichiche, con cui affrontare i giorni che verranno”.

Per accedere al servizio, che è gratuito e continuativo e può accogliere fino a un massimo di 10 utenti, tutti in stanza singola, è sufficiente rivolgersi al Medico di Medicina Generale nel caso in cui il paziente provenga dal proprio domicilio, oppure al Medico di Reparto nel caso in cui il paziente sia già ricoverato che, accertati i presupposti per fruire dello stesso, attiva l’ingresso in struttura. 

“Potrebbe sembrare - continua la Psicologa dell’Hospice. Matilde Montresor - che con la pandemia del Covid-19, i valori su cui si fonda il nostro lavoro, ‘entrare in contatto, farsi vicini, accompagnare, prendersi cura, stare accanto e accudire’, siano stati minati e ridotti ad un potenziale pericolo, caricando ulteriormente la sofferenza che ogni percorso assistenziale già di per sé porta; ma in questo tempo sospeso, rallentato e prudente con la nostra resilienza, intendiamo stare con la persona sofferente e la sua famiglia, provando con maggior consapevolezza a servire chi è nella fragilità della malattia, intervenendo attivamente nella gestione dei sintomi e del dolore e sostenendo la persona con la qualità dei nostri gesti e della nostra presenza. 

Questo si traduce nel dare più attenzione all’uso delle parole, nell’ingentilire i gesti, anche i più semplici, come chiedere il permesso per entrare nella stanza, avvicinare il corpo per accudire la persona con delicatezza, calma e con voce garbata, preparando il tempo del contatto e del toccare con rispetto, per far sì che la persona si senta accolta e si possa affidare alle cure; attendere i tempi della persona sofferente è già prendersi cura, come pure ringraziare per la pazienza concessa nelle manovre di accudimento o accomiatarsi con un semplice sguardo”.

“La presa in carico psicologica - continua Montresor - si articola quindi in tre diversi momenti: nella fase precedente all’accoglienza in Hospice, in cui le persone in lista d’attesa e i loro familiari, sono contattati per dar loro sostegno emotivo e facilitare le scelte, spesso dolorose, che devono compiere; nella fase della presenza vera e propria nella struttura, durante la quale la sofferenza dell’utente e della sua famiglia è accolta, ascoltata, compresa e sostenuta; infine, nella fase successiva al passaggio della persona sofferente, dove la sua famiglia sarà accompagnata nel percorso di lutto attraverso la partecipazione a gruppi di auto-mutuo-aiuto e/o l’attivazione di percorsi psicologici individuali. 

In particolare questi gruppi di auto-mutuo-aiuto accompagneranno tutto il percorso di elaborazione del lutto e del ricordo di chi è venuto a mancare, cercando di favorire la creazione di un senso a queste fasi della nostra vita. In questo senso l’obiettivo è anche quello di attivare le risorse della nostra comunità locale, per far sì che si possa stringere e dare un concreto sostegno a questi momenti che possono riguardare tutti noi.

Quando la malattia e la morte sopraggiungono, il futuro si perde. È a questo tempo sospeso, un presente privo di sogni e progettualità, a cui le cure palliative cercano di restituire una cornice di valore e significato, nella consapevolezza - come scriveva Borges - che ‘non posso evitare la tua sofferenza quando qualche pena ti tocca il cuore, però posso piangere con te e raccoglierne i pezzi per rimetterlo a nuovo; non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita, però posso ascoltarli e dividerli con te’

E rammentare ogni giorno che il nostro essere presenti rivela una capacità, inedita e creativa, di cooperare per continuare a dare il meglio possibile, perché il bene, il senso del dovere, la passione per l’umano, non vanno in quarantena”.

Articolo di Martedì 13 Ottobre 2020

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