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A chi vanno gli animali domestici con la separazione e il divorzio? Chi li mantiene?

L'avvocato Fulvia Fois presenta un problema sempre più diffuso. Manca una normativa specifica. Le diverse sentenze in Italia

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Care lettrici e cari lettori, 

questa settimana ci occupiamo di un tema che, se per alcuni di noi può far sorridere, per altri consiste in un vero e proprio problema che, in difetto di una specifica normativa al riguardo, pare di difficile soluzione: sto parlando dell’affidamento degli animali domestici in caso di separazione o divorzio.

Secondo i dati Istat, circa il 40% delle famiglie italiane possiede animali domestici: sono sempre di più infatti le coppie che decidono di ampliare il proprio nucleo familiare adottando un cane o un gatto e molti di noi arrivano ad amare i propri animali domestici non in quanto semplici “amici a quattro zampe” bensì come veri e propri figli.

Ma come viene determinato l’affidamento di un animale nel caso in cui i padroni decidano di porre fine alla loro unione? A quali condizioni spetta il diritto di visita per il “padrone non affidatario”? Chi deve sostenere le spese per il loro mantenimento?

A questo proposito la legge italiana, discostandosi dalle normative di altri Stati europei, pare non riuscire a tenere il passo con l’evoluzione culturale del nostro Paese e ad oggi difetta completamente una norma volta a disciplinare la questione. Nonostante ciò, non sono mancate le proposte di legge integrative tra le quali la più concreta è stata avanzata nel 2018 con il disegno di legge n. 76. 
L’idea di fondo era quella di introdurre un nuovo articolo nel codice civile, espressamente dedicato all’ “affido degli animali familiari in caso di separazione dei coniugi”.
In particolare, il progetto dell’art. 455-ter stabiliva che in mancanza di comune accordo tra i coniugi o i conviventi, il tribunale, dopo aver ascoltato i membri della famiglia ed eventualmente ricorrendo al parere di un esperto di comportamento animale, avrebbe affidato l’animale a chi ritenesse più idoneo a garantire il maggior benessere dell’animale, senza considerare da chi dei due e quando lo stesso fosse stato adottato o acquistato.
La proposta, tuttavia, è caduta in un nulla di fatto e la questione è stata ancora una volta affidata agli orientamenti giurisprudenziali delle Corti italiane, con il rischio di avere pronunce antitetiche che complicano ulteriormente la situazione.

Ad esempio, il Tribunale di Milano dimostrando una visione piuttosto restrittiva sull’argomento, ha sempre sottolineato che l’affidamento dell’animale d’affezione all’uno o all’altro coniuge o convivente esuli da qualsiasi competenza del giudice della separazione, essendo il cane o il gatto equiparabili a beni di proprietà e in quanto tali assoggettabili alle azioni previste a tutela della stessa.

Diametralmente opposta, invece, risulta essere la sentenza con cui il Tribunale di Roma ha disposto l’affido condiviso con la divisione al 50% delle spese per il mantenimento di Fido: secondo i giudici, “in assenza di una disciplina normativa ad hoc, infatti, all'animale di affezione è applicabile analogicamente la normativa prevista per i figli minori, cosicché il Giudice deve assumere i provvedimenti che lo riguardano tenendo conto esclusivamente dell'interesse materiale - spirituale - affettivo dell'animale” … “Ma, ciò che più rileva, è che, dal punto di vista del cane, che è l’unico che conta ai fini della tutela del suo interesse, non ha assolutamente alcuna importanza che le parti siano state sposate o meno; il suo legame ed il suo affetto per entrambe prescinde assolutamente dal regime giuridico che le legava, neanche percepibile, così come, del resto, è anche per i bambini, che pure la differenza percepiscono, nei confronti dei genitori”. (Tribunale Roma sez. V, 15/03/2016, n.5322). 

Si tratta di una pronuncia estremamente innovativa e lodevole, in grado di evidenziare due problematiche fondamentali del nostro ordinamento: 
1) le reticenze all’equiparazione tra coniugio e convivenza more uxorio e
2) la necessità di dare maggior valore al sentimento indiscutibilmente provato dai nostri amici a quattro zampe.

In questo senso, meritevole di menzione è anche la pronuncia del Tribunale di Sciacca del 19 febbraio 2019 la quale, considerando esclusivamente l’interesse e il benessere dell’animale – nel caso di specie, un gatto – ha disposto l’affido esclusivo dello stesso in favore del coniuge ritenuto maggiormente idoneo a garantire il più completo sviluppo dell’identità dello stesso.

E per quanto riguarda le spese di mantenimento cosa si prevede?

Sul punto - richiamando il contenuto di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo art. 155-septies Codice Civile - la giurisprudenza afferma pacificamente che salvo diversi accordi tra le parti, in caso di affido esclusivo le spese di mantenimento vanno sostenute esclusivamente dal padrone affidatario, mentre nell’affidamento condiviso ogni padrone deve provvedere al mantenimento dell’animale in modo proporzionale al proprio reddito.

Anche se i progressi da fare sono ancora molti, è evidente che l’iter giurisprudenziale delle Corti italiane manifesti una forte tendenza a considerare sempre di più gli animali come esseri dotati a tutti gli effetti di sentimenti ed emozioni. In attesa che anche la legge si adoperi, non ci resta che tutelare in prima persona i nostri amici a quattro zampe e se possibile, imparare da loro come si ama veramente.

Se avete delle domande da pormi o volete proporre degli argomenti di cui parlare nelle prossime rubriche, potete farlo scrivendomi all’indirizzo e-mail dirittoetutela3.0@gmail.como compilando il form che trovate sul sito www.dirittoetutelafois.com o sul sito www.studiolegalefois.it.

Avvocato Fulvia Fois

Articolo di Domenica 18 Ottobre 2020

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