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EMERGENZA SANITARIA

Covid19: "Il Governo faccia ora ciò che non si è fatto prima". Il decalogo per salvare l’Italia della Fondazione Hume

Raccolte quasi 25.000 firme al documento che grida: "Non ce la facciamo più, basta!". È stato sottoscritto anche da Andrea Crisanti e dalla provincia di Rovigo dal medico Francesco Gennaro

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ROMA - La missione principale della Fondazione David Hume è produrre analisi indipendenti, non targate politicamente, su temi rilevanti del dibattito pubblico. I campi di maggiore specializzazione della Fondazione Hume sono la individuazione di dati, la loro integrazione, e la costruzione di modelli matematico-statistici.

"Il nostro richiamo a Hume è un modo per sottolineare l’importanza di un approccio analitico ed empirico ai fatti della vita sociale - affermano gli iniziali promotori e fondatori della Fondazione Piero Ostellino e Luca Ricolfi - e la conseguente rigorosa separazione fra fatti e valori, fra proposizioni descrittive e proposizioni prescrittive, secondo la celebre formulazione che verrà poi ricordata come “principio di Hume”.
Nelle sue attività la Fondazione cercherà di immettere nella politica italiana soprattutto elementi di conoscenza non partigiani, e come tali disponibili per entrambi gli schieramenti politici nonché per chiunque abbia interesse alla comprensione della nostra società" ricordano i fondatori nel manifesto della Fondazione.


"Che cosa ha fatto in tutti questi mesi il Governo per fronteggiare l’epidemia e far in modo che ad oggi non ci trovassimo nella stessa situazione di Marzo? Niente! Da Maggio ad Ottobre non sono stati aumentati i posti in terapia intensiva, non ci sono state limitazioni alla movida, non si è previsto un bel nulla per le scuole, nè tanto meno per i trasporti pubblici. Ed ora eccoci qui, e il Governo ci chiede altri sacrifici, sociali, economici, famigliari. Non ce la facciamo più, basta! Ecco dieci cose che il Governo deve fare subito, oltre a chiederci scusa.

È dunque riesplosa la pandemia da Covid-19. I sacrifici degli italiani, reclusi per 2 mesi fra marzo e aprile, sono stati gettati alle ortiche.
È importante avviare una operazione verità che individui gli errori commessi non solo perché ciascuno si faccia carico delle proprie responsabilità, ma soprattutto per evitare il ripetersi di simili errori.Perché se dovessimo ripeterli in futuro, domata la seconda ondata, potremmo trovarci a dover fronteggiare la terza.
 
Serve a poco affermare che la situazione italiana è migliore di quella di altri paesi europei, o ripetere la favoletta che gli altri paesi ci ammirerebbero per come abbiamo gestito l’epidemia. Non sono i peggiori che andavano presi a modelli, ma i migliori. L’esperienza dei paesi asiatici (ma anche di Australia e Nuova Zelanda), che hanno combattuto l’epidemia con molto più successo di noi, doveva insegnare qualcosa. Per non parlare poi dell’esperienza dei paesi europei che, come la Germania (ma non solo la Germania), hanno avuto maggiore successo di noi nel contrasto dell’epidemia e nella difesa dell’economia.

In Italia sono stati prodotti diversi studi e documenti che in tempi utili indicavano ai decisori politici quel che stava effettivamente accadendo, e la strada da imboccare per evitare di ritornare in una situazione drammatica quale quella sperimentata nella prima parte dell’anno. Perché sostenere l’economia e tutelare la salute non sono due obiettivi inconciliabili, ma due processi strettamente interdipendenti.

A chi spetta governare l'epidemia?
Occorre fare chiarezza sulle competenze: la Costituzione attribuisce al Governo la competenza esclusiva sulla lotta a pandemie di carattere internazionale (art. 117,2 lettera q), oltre che in materia di coordinamento informativo, statistico, informatico dei dati nazionali, regionali e comunali (art. 117,2 lettera r). Inoltre, spetta al Governo l’emanazione delle norme generali e il coordinamento dell’azione amministrativa in materia di tutela della salute (art. 117,3) e il potere di sostituirsi a organi regionali e comunali per tutelare la incolumità e la sicurezza pubblica (art.120,2).

Dieci cose da fare che non si sono fatte
1) Tamponi di massa, nel quadro di una strategia rigorosa di "sorveglianza attiva".
Il 5 maggio Lettera 150 lanciò un appello per aumentare il numero di tamponi, ma la promessa governativa di farne molti di più non ha avuto alcun seguito (anzi, al 5 di agosto, ossia dopo 3 mesi dall’appello, i tamponi risultavano addirittura diminuiti di circa il 15%). In compenso i cittadini che li debbono fare sono costretti spesso a file interminabili e i risultati arrivano dopo diversi giorni. I centri diagnostici privati sono stati coinvolti tardi, in modo parziale e ancora non in tutte le regioni. È di pochi giorni fa la sentenza del Tar Lazio che condanna la Regione a consentire l’effettuazione di tamponi molecolari ai centri privati.
Il 20 agosto il prof. Andrea Crisanti aveva inviato al Governo un piano che considerava necessario realizzare 400.000 tamponi al giorno per prevenire il diffondersi del virus. Nel piano si prevedeva che il Governo aggiungesse, alle potenzialità delle Regioni, 20 laboratori fissi, uno per regione, e 20 laboratori mobili. Nulla di questo è stato realizzato.

Uno studio dei professori Francesco Curcio e Paolo Gasparini aveva previsto un concreto modello organizzativo per realizzare circa 1.3 milioni di tamponi al giorno. Una capacità così ampia di fare tamponi rallenterebbe ancora oggi il diffondersi dell’epidemia. I costi sono compatibili: un tampone rapido costa circa 4 euro. Del resto nella città cinese di Qingdao su una popolazione di 9 milioni di abitanti, si sono fatti oltre 3 milioni di tamponi in un solo giorno, come riportato il 13 ottobre scorso.

2) A scuola in sicurezza.
Alla ripresa di settembre la maggior parte delle scuole non è in grado di ridurre il numero di alunni per classe (come avvenuto in molti paesi europei), né di garantire la misurazione della febbre, né di gestire i sospetti positivi. Non è nemmeno previsto l’obbligo delle mascherine chirurgiche in classe. I ragazzi arrivano a scuola ammassati sui bus, perché – non essendo stata rafforzata la rete dei trasporti locali – nessuno si preoccupa di far rispettare la (blanda) regola che imporrebbe di non occupare più dell’80% dei posti.

3) Un database pubblicamente accessibile con tutti i dati necessari per affrontare efficacemente l’epidemia.
La lotta contro l’epidemia si vince partendo dalla conoscenza dei dati epidemiologici indispensabili per capire per esempio i canali di trasmissione del virus oppure per organizzare una rete efficiente di tracciamento dei contatti. Da giugno scorso l’Accademia dei Lincei, fra i tanti, aveva chiesto al Governo che fossero raccolti e messi a disposizione della comunità scientifica i dati epidemiologici. Ciò non è avvenuto. Ad oggi ancora molti dati essenziali per la lotta al virus sono sconosciuti. Quanto ai dati della Protezione Civile, è incredibile che le poche informazioni fornite siano del tutto indisponibili a livello comunale, e che a livello provinciale l’unico dato fornito sia quello dei nuovi casi.

4) Il tracciamento come strumento di controllo della trasmissione del virus.
La capacità dei Paesi dell’est Asia di tenere sotto controllo il diffondersi dell’epidemia è legata innanzitutto al tracciamento dei contatti dei positivi. Il Governo aveva promesso un sistema efficace di tracciamento informatico. L’app Immuni non ha funzionato.

5) Non chiudere un occhio sugli assembramenti, effettuando controlli massicci e sanzionando le violazioni.
Per tutta l’estate si moltiplicano gli assembramenti, in particolare quelli legati alla movida e ai divertimenti di massa, ma né la polizia locale, né le forze dell’ordine vengono mobilitate per fare rispettare le regole: il numero di controlli si riduce di circa l’80% rispetto ad aprile. Nemmeno a Ferragosto, quando i rischi per la salute sono diventati evidenti a tutti, viene disposta la chiusura delle discoteche, che entra in vigore solo dopo aver concesso l’ultimo weekend di divertimento (14-15- 16 agosto).

6) Mantenere la promessa di creare 3.500 nuovi posti di terapia intensiva.
Ad oggi si stima che solo 1.300 dei 3.500 posti aggiuntivi di terapia intensive, previsti dal governo a maggio scorso, siano operativi. Solo il 12 ottobre si è chiuso il bando di gara per le nuove postazioni.

7) Garantire un adeguato distanziamento su tutti i mezzi pubblici.
I mezzi pubblici possono essere un importante luogo di diffusione del contagio. Nonostante ciò il Governo, d’intesa con le Regioni, si è limitato a stabilire una capienza massima per mezzo pubblico pari all’80%, una capienza che non consente un adeguato distanziamento. Non è stato previsto un finanziamento straordinario specifico, né è stato esercitato alcun coordinamento per indurre Comuni e Regioni a dotarsi di nuovi mezzi utilizzando le procedure d’urgenza di cui all’art. 63 del Codice appalti, che avrebbero consentito di espletare le gare in circa un mese. Si sarebbero potuti assumere conducenti con bandi straordinari per contratti a tempo determinato, magari fra i conducenti Ncc rimasti senza lavoro, o si sarebbero potute finanziare convenzioni con le compagnie dei taxi. Si sarebbero dovuti riaprire al traffico i centri storici, alleggerendo così la pressione sui mezzi pubblici.

8) Assicurare un’adeguata e tempestiva disponibilità di vaccini anti-influenzali, anche nelle farmacie.
In molte regioni italiane mancano i vaccini contro l’influenza. Le quantità disponibili sono insufficienti anche per una parte della popolazione anziana. Non si trovano nelle farmacie. Molti cittadini, dopo mille raccomandazioni a vaccinarsi, non saranno in grado di farlo. Per fronteggiare l’emergenza si dovevano centralizzare le procedure di acquisto a livello nazionale.

9) Mettere i medici di base in condizione di visitare i pazienti Covid, dotandoli dei necessari dispositivi di protezione individuale.
Come testimonia, tra gli altri, il primario Luigi Cavanna, l’esperienza delle cure domiciliari anti-Covid ha consentito di ridurre sensibilmente i ricoveri ospedalieri e la mortalità. Le unità speciali di continuità assistenziale per le cure domiciliari sono poche e male organizzate. Occorreva un intervento governativo che innanzitutto finanziasse questo servizio e ne garantisse la efficacia su tutto il territorio nazionale coinvolgendo direttamente i medici di base dotati di adeguate protezioni. Nonostante le promesse di rafforzare la medicina territoriale, i medici di base non sono in condizione di visitare a domicilio i loro pazienti sintomatici.

10) Luoghi dove poter trascorrere la quarantena senza contagiare famigliari conviventi.
Il Governo aveva promesso i Covid-hotel. In estate con il decreto legge 34 la gestione è passata dalla Protezione Civile alle Regioni. Asl e Ats stanno lanciando soltanto ora bandi per stipulare convenzioni con hotel e altre strutture.

Noi pensiamo che quel che non è stato fatto fra maggio e ottobre debba assolutamente essere fatto ora. Perché il problema cruciale di un’epidemia non è portare il numero di contagi vicino a zero, ma mantenerlo basso quando il peggio sembra passato. Per garantire questo, servono tutte e 10 le cose che abbiamo elencato. Serve, soprattutto, un impegno solenne del governo centrale ad attuarle in tempi brevi e certi, senza i tentennamenti e le distrazioni del passato. Serve un cronoprogramma che specifichi costi, strumenti, fasi di avanzamento, date di conclusione.

Perché il rischio che corriamo è grande. E’ il rischio che, dopo il tempo delle chiusure, quello delle aperture ci restituisca la medesima illusione, il medesimo tempo sospeso in cui siamo vissuti quest’estate. Un intervallo in cui si fa poco per contrastare il virus, ci si illude che il virus sia in ritirata, e così si prepara l’arrivo di una nuova ondata.

Gli italiani, come sempre, finiranno per fare quel che gli si chiede, sopportando sacrifici e rinunce.
E’ troppo chiedere che, almeno, non siano inutili?
".
Articolo di Martedì 17 Novembre 2020

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