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STAGIONE CONCERTISTICA 2020

Roberto Prosseda: "La musica è un linguaggio per tutti"

Il celebre pianista terrà un recital via streaming il 6 dicembre per l'Associazione musicale Venezze. Nell'intervista, il docente al conservatorio di Rovigo, racconta cosa è per lui la musica

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Foto di @Marina Alessi dal sito di Roberto Prosseda

ROVIGO - Comunicare è la parola d’ordine di Roberto Prosseda, pianista di fama internazionale, la cui attività inesausta e appassionata si svolge in contesti sovente molto diversi dal tradizionale recital di lisztiana memoria: ecco le sue “Lezioni di Musica” su Radio Tre, le “short lessons” di tecnica ed interpretazione pianistica del suo canale YouTube, e ancora gli spettacoli fatti con TeoTronico, un robot dotato di 53 dita, che gareggia con il pianista in carne ed ossa, dimostrando con evidenza che i suoi inarrivabili ma meccanici virtuosismi non possono mai essere all’altezza dell’espressività di un interprete umano.

Comunicare per Prosseda significa anche estendere: innanzitutto, il repertorio, tramite la ricerca di inediti, incompiuti, ineseguiti, come è stato per l’opera pianistica di Felix Mendelssohn, la cui riscoperta integrale ha avviato la sua brillante carriera. Ma estendere significa anche cercare un pubblico diverso e altrimenti irraggiungibile, quello, per esempio, dei ricoverati in ospedale, per cui suonano i “Donatori di Musica”, di cui Prosseda è uno dei fondatori. E si estendono anche i limiti del pianoforte, inteso nelle sue fattezze da lungo tempo consolidate del gran coda, Stenway & Sons o Fazioli che sia; infatti, Prosseda si applica anche al fortepiano, e, ancor più, al pedal-piano, uno strumento caro a Mozart, Schumann e Alkan, caduto in disuso all’inizio del Novecento e dal 2011 riportato nelle sale da concerto proprio da lui.

Se a Rovigo il suo nome è senza alcun dubbio noto fra gli appassionati di musica, che hanno potutoanche ascoltarlo varie volte dal vivo durante le Stagioni concertistiche dell’Associazione musicale F. Venezze, forse pochissimi già sanno che, dalla scorsa primavera, Prosseda è titolare di una cattedra di pianoforte del Conservatorio rodigino.

Chi scrive lo incontra appunto all’uscita di Palazzo Venezze dopo una mattinata di lezioni, e gli si chiede di parlare proprio di questa sua vocazione comunicativa, che lo pone agli antipodi del pianista astratto dal mondo e concentrato nella torre d’avorio dei suoi studi, immagine tanto fascinosa, quanto scarsamente connessa con un mondo così veloce e distratto come il nostro. “È evidente che non è più il tempo degli impiegati dello strumento, intesi anche nella nobile ed alta accezione di coloro che vogliono comunicare al pubblico soltanto tramite la voce del proprio pianoforte, ma prima di riflettere su questo bisogna fare un passo indietro: perché suoniamo? A che cosa serve un musicista? Sicuramente la musica è anche svago, e, nei casi migliori, può diventare strumento di crescita intellettuale, ma prima di tutto è un linguaggio, che, come tutti i linguaggi, deve essere condiviso per poter essere compreso e apprezzato davvero. Noi suoniamo in rapporto a chi ci ascolta, e prima ancora le note musicali, che sono l’unità singola del nostro linguaggio, non hanno senso prese isolatamente, ma lo acquistano nel rapporto con le altre note, quando si fanno appunto discorso. Dire a o dire do serve soltanto ad identificare gli elementi, ma il senso di quella a o di quel do dipende dal loro rapporto con le altre lettere o con le altre note, e se i meccanismi di questo rapporto ci sono ignoti, la musica resta una lingua straniera e incomprensibile. Quel che io cerco quando, oltre a suonare, parlo della musica che suono, è proprio la condivisione, che è la premessa necessaria di ogni reale comunicazione”.

E quando la comunicazione si fa professionale, ossia rivolta ai giovani che studiano la musica per diventare musicisti?
“Il principio basilare è sempre lo stesso: la tecnica è fondamentale, ma non basta articolare perfettamente le dita per comprendere il senso del discorso musicale che si sta eseguendo, altrimenti si assomiglia ad un attore che ha imparato a memoria un testo in una lingua che gli è ignota e lo pronuncia perfettamente, ma in realtà non comunica nulla, perché non sa che cosa sta dicendo. La tecnica è realizzazione di un pensiero, e soltanto quando sono state comprese ed applicate con chiarezza le regole della lingua musicale, allora interviene l’interpretazione secondo la personalità del singolo, che però non può certo contraddire quelle regole, né essere una replica di quanto fa il proprio maestro. Non è un buon maestro quello che crea dei cloni. Quanto poi alla mia esperienza di docente, sono felice di avere finalmente una cattedra stabile al Conservatorio, che mi permetta di dare continuità in un luogo al mio progetto didattico. Purtroppo l’ultimo concorso a cattedre nei Conservatori risale al 1990, trent’anni fa, quando io ero un ragazzino quindicenne. Da allora bisogna fare i conti con le graduatorie di istituto ed un conseguente sistema di selezione che non è basato su un concorso. Questo nel mio come in altri casi ha reso lunga e complicato l’ottenimento di una cattedra di ruolo. Qui a Rovigo ho trovato bravi allievi e altri giovani molto promettenti si sono trasferiti qui per seguire le mie lezioni. Penso che potremo lavorare bene insieme”.

Lei è stato più volte ospite dell’Associazione Musicale F. Venezze, tenendo recital solistici, anche col pedal-piano, e concerti cameristici al Salone degli Arazzi dell’Accademia dei Concordi. Sappiamo che presto tornerà di nuovo ad esibirsi a Rovigo, (il 6 dicembre alle 17, ndr) questa volta all’Auditorium Tamburini e in diretta streaming, l’unica modalità di contatto fra i concertisti e il pubblico ammessa in questo tempo di Covid. Che cosa ne pensa di questi concerti virtuali?
"Sicuramente non sono la stessa cosa di un concerto dal vivo, perché l’interazione col pubblico è irripetibile altrimenti, ma suonare in diretta streaming non è neppure come suonare in uno studio di registrazione. L’imprevisto, con tutti i suoi pro e contro, c’è eccome, e non priva questi eventi del dono dell’immediatezza. Bisogna fare di necessità virtù, e credo che sia per noi concertisti che per i giovani studenti, che si avvicinano al palcoscenico, questo periodo così difficile possa trasformarsi in un’opportunità per mettere alla prova gli strumenti che la tecnologia ci offre per condividere la musica".

Nicoletta Confalone

 

Articolo di Martedì 24 Novembre 2020

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