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GREEN ECONOMY

Confagrigoltura batte dove il dente duole: gli impianti fotovoltaici a terra derivano da una precisa volontà del 2020 della Regione Veneto

L’accelerazione delle richieste autorizzative legate al fotovoltaico sono l’effetto della modifica del Piano territoriale regionale di coordinamento votato dal consiglio veneto lo scorso 30 luglio a cui legge 41 vorrebbe sovrapporsi

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ROVIGO – Senza alcun bisogno di indossare elmetti per una guerra di bandiera, come quella ingaggiata dalla associazione Coldiretti, la posizione di Confagricoltura, espressa dal proprio direttore Massimo Chiarelli, è estremamente pragmatica e parte dal dato di fatto che il 30 luglio scorso, la Regione Veneto, di cui era assessore all’urbanistica lo stesso Cristiano Corazzari odierno, ha approvato in consiglio la revisione del Ptrc del 2012 introducendo aree periurbane ed agropolitane che consentono espressamente l’installazione di impianti fotovoltaici a terra, anche su suolo agricolo. (LEGGI IL Position Paper di Confagricoltura varato lo scorso dicembre 2020)

“A tal fine è importante ricordare che nel 2012 la Giunta Regionale Veneta con deliberazione 119/CR aveva sostanzialmente vietato l’installazione di impianti fotovoltaici a terra nelle aree identificate nel Ptrc (Piano territoriale regionale di coordinamento) a “elevata utilizzazione agricola”. Pertanto già dal 2012 era possibile utilizzare terreni destinati a sviluppi urbanistici artigianali, commerciali o industriali come molti Comuni hanno individuato, sottraendo terreno all’agricoltura nei loro territori, attraverso gli specifici Pat” commenta il direttore di Confagricoltura Massimo Chiarelli.

Il 30 luglio del 2020 la Regione Veneto ha modificato il Ptrc datato 2012 aggiungendo altre classificazioni di aree agricole: le aree periurbane e le aree agropolitane, normalmente localizzate nelle vicinanze dei centri abitati. Tali aree nel precedente Ptrc erano comprese nella classificazione “ad alta utilizzazione agricola”. Ci troviamo quindi all’interno di una vacatio legis poiché il divieto di posizionare impianti fotovoltaici a terra al momento non comprende le aree agropolitane e periurbane. I Comuni sono tenuti ad approvare il proprio piano urbanistico recependo le indicazioni regionali” continua Chiarelli.

Il motivo per cui nel 2020 si è voluto aggiornare lo strumento varato nel 2012 è sostanzialmente perché sono cambiate molte cose, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia ed i costi degli impianti.
Dal 2012 ad oggi sono cambiati i costi di installazione degli impianti fotovoltaici e soprattutto l’efficienza degli stessi rendendo conveniente investire in questo settore anche senza l’utilizzo di alcun incentivo. Si tratta di progettazioni che prevedono la sola vendita di energia a prezzi variabili da 0,04 a 0,06 kWh senza beneficiare quindi di alcun conto energia. Inoltre per un MW potrà essere utilizzata una superficie di poco più di un ettaro a fronte dei 3 di circa dieci anni fa. Il costo si è notevolmente ridotto, si parla di cifre intorno al milione di euro per MW”.
Ricordo che nelle aree artigianali e industriali (e lo è anche oggi) è sempre stato possibile installare impianti a terra” aggiunge Chiarelli, probabilmente riferendosi al caso di Loreo, su area artigianale appunto.

A livello di Consiglio regionale, proprio per regolare l’installazione a terra di impianti fotovoltaici, è stato presentato dal consigliere Roberto Bet (Gruppo Zaia Presidente) il 25 marzo 2021 il Progetto di legge n. 41 per l’individuazione delle aree inidonee e idonee alla realizzazione di impianti fotovoltaici con  moduli ubicati a terra (LEGGI ARTICOLO). “Nei prossimi giorni tutti i portatori di interesse potranno effettuare proposte e presentare modifiche che poi il Consiglio valuterà. In sostanza il progetto di legge prevede l’impossibilità di realizzazioni fotovoltaiche a terra nelle zone di particolare pregio paesaggistico (parchi, aree Unesco, rete 2000) e aree Dop Igp Doc Docg e produzioni tradizionali, nelle aree ad elevata utilizzazione agricola (H), nelle aree ad agricoltura mista e naturalità diffusa (I) e nelle aree agropolitane (L).  Per i soli imprenditori agricoli professionali ed i coltivatori diretti potranno essere effettuati impianti fino a 200 KW nelle aree H e I e fino a 1 MW nelle aree L comunque fino a un massimo del 50% della superficie aziendale” sottolinea Chiarelli.

In pratica l’eventuale entrata in vigore della Legge 41, così come è stata presentata, vieterebbe ciò che il Ptrc del 2020 consente, attraverso uno strumento normativo che si sovrappone ad uno appena adottato, il Ptrc del 2020, appunto. Non si capisce come mai, vista la brevissima vita dello strumento, perché vi sia la necessità di aggiornarlo nuovamente, e, nel caso fosse effettivamente un errore derivato dal passato consiglio regionale, che cosa sia cambiato da luglio 2020 ad oggi, elezioni regionali a parte, tanto da dover creare una legge ad hoc per limitare quanto già deciso nel 2020 piuttosto che modificare il Ptrc esistente.
L’impressione è che la proposta di legge 41 sia una legge contro la produzione di energia rinnovabile da fotovoltaico a beneficio della collettività, ovvero impianti di dimensione minima da 35-40 Mwh con esclusione del mondo agricolo che, invece, potrà produrla per soddisfare le proprie esigenze di azienda agricola, tanto che vengono fissati limiti produttivi ed imposti vincoli che vietano a società terze di essere soggetti proponenti l’investimento. In pratica una legge tutta a favore degli imprenditori aagricoli e dei coltivatori diretti.

Per lo sviluppo intelligente dell’agrovoltaico sarebbe opportuno attivare uno studio concreto sulle migliori tecniche da adottare per una convivenza corretta dell’impianto e della produzione – conclude il direttore di Confagricoltura Chiarelli - Esistono studi, anche ripresi recentemente dall’Accademia dei Georgofili, che evidenziano come il connubio dell’agricoltura con i pannelli possa essere a volte anche molto positivo riducendo il consumo di acqua e producendo più biomassa (studio della Oregon University), o orticole come cavoli o lattuga. In Italia non esistono ancora linee guida per progettare impianti che correttamente gestiscano al meglio la distanza e altezza dal suolo dei pannelli. Ritengo che questa debba essere la frontiera tecnica e scientifica da sviluppare nel prossimo futuro.

Un impianto agrovoltaico deve generare un prodotto agricolo nella sostanza e non solo formalmente. A tal fine esistono tutti i mezzi affinché un Ente pubblico con capacità autorizzativa ponga prescrizioni chiare affinché su un determinato impianto venga mantenuta l’attività agricola attraverso la presentazione annuale della domanda unica, delle fatture di vendita dei prodotti agricoli e di acquisto di mezzi tecnici e cedolini paga degli addetti impiegati alla produzione. Si potrebbe attivare una specifica certificazione da parte di un ente terzo. Scorciatoie per realizzare attraverso l’agrovoltaico semplici impianti a terra non fanno bene all’agricoltura.  

Relativamente al nuovo progetto di legge regionale ritengo necessario entrare nel merito delle tipologie di impianti a terra fissi o agrovoltaici, verificare la copertura massima per comune e area omogenea, determinare le distanze minime tra impianti, individuare tipologie standard di realizzo e prescrizioni obbligatorie da seguire; è comunque importante dare la possibilità agli imprenditori agricoli professionali  o coltivatori diretti di produrre energia con vendita diretta al Gse sui tetti o a terra su superficie agricola anche in area periurbana o agropolitana”.

Nei prossimi giorni Confagricoltura Veneto analizzerà la proposta di Legge regionale n. 41 e presenterà le proposte di modifica nelle sedi opportune.

Articolo di Sabato 10 Aprile 2021

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