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TRANSIZIONE ENERGETICA

Lorenzoni: "La Regione non ponga alcun divieto al fotovoltaico, ma regole precise per un agrovoltaico fatto bene"

Impossibile pensare ad irrealizzabili ed anacronistici divieti in controtendenza alle esigenze nazionali, europee e mondiali. Per il portvace dell'opposizione in Regione Veneto il Pdl n.41 deve normare l'agrovoltaico

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PADOVA - “Oggi più che mai è opportuno entrare nel merito dello sviluppo del fotovoltaico, in Italia e in Veneto, in modo approfondito”. Così il Portavoce dell’opposizione in Consiglio regionale, Arturo Lorenzoni, alla luce dell’ampio dibattito che si è acceso sul progetto del fotovoltaico a terra a Loreo e a Rovigo.  “La premessa – puntualizza - è che il nostro Paese ha preso degli impegni in termini di transizione ecologica: l’accordo di Parigi del 2015, che obbliga gli Stati Ue a mettere in atto tutte quelle azioni utili per contenere al di sotto dei 2 gradi centigradi l’incremento di temperatura del globo; la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% al 2030, rispetto al 1990; la neutralità climatica, con la tendenziale riduzione a zero dell’uso dei combustibili fossili, entro il 2050”. In altri termini, al fine di rispettare i vincoli assunti dall’Italia a livello internazionale, e per scongiurare gli scenari peggiori dal punto di vista climatico, che vedono temperature invivibili nella penisola e un avanzamento marcato della linea di costa in Veneto alla fine del secolo, è necessario sostituire i combustibili fossili che coprono oggi circa l’82% della nostra domanda di energia con fonti energetiche che non provocano l’accumulo di anidride carbonica in atmosfera. “Il superamento dell’utilizzo dei combustibili fossili passa necessariamente attraverso un forte impulso verso l’efficienza energetica e l’utilizzo del vento e del sole”.

Nella “Strategia Italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra”, consegnata a Bruxelles l’11 febbraio scorso, si prevede una capacità fotovoltaica installata al 2050 tra i 200 e i 300 GW, vale a dire 10 o 15 volte tanto quella attuale. Per centrare questo obiettivo “dovranno essere installati almeno 80 GW entro il 2030; 21,5 sono i GW installati oggi, motivo per cui occorrerà installare circa 6000 MW all’anno nel prossimo decennio. Un gran bel cambio di passo rispetto ai 751 MW installati nel 2019 e 785 circa nel 2020”.

Porre a priori dei divieti sarebbe una scelta miope per molte ragioni: renderebbe quasi impossibile tenere il ritmo di investimenti richiesto dai target di decarbonizzazione assunti dall’Italia, toglierebbe possibilità di reddito per i proprietari dei terreni e per le imprese impiantistiche, ridurrebbe la capacità di mitigare i cambiamenti climatici, penalizzerebbe le imprese italiane rispetto a quelle degli altri Paesi europei e toglierebbe possibilità di creare lavoro. “Non si tratta tanto di scegliere se posizionare o meno il fotovoltaico a terra – aggiunge - quanto piuttosto se farlo bene o male. Tali impianti, peraltro, possono essere smantellati in poche settimane con la rinaturalizzazione integrale del suolo. Piuttosto che vietare la costruzione degli impianti, dunque, molto meglio dare delle regole di realizzazione, per assicurare la buona esecuzione senza rischiare di precludersi nessuna possibilità.
Un modo responsabile di guidare questi investimenti, auspicabili per l’economia e indispensabili per la conservazione dell’ambiente, è fissare regole chiare:
    • Un limite superiore alla superficie occupata dai pannelli rispetto alla superficie totale della proprietà in disponibilità;
    • La presenza di perimetrazioni vegetali coerenti con le specie arboree presenti nell’area;
    • L’utilizzo di fissaggi a vite senza il getto di platee per i filari di moduli, limitando l’impermeabilizzazione alle sottostazioni elettriche, di piccole dimensioni;
    • La concessione di fidejussioni a garanzia del ripristino del terreno a fine vita dell’impianto;
possono essere garanzie sufficienti per scongiurare utilizzi speculativi dei terreni.

Inopportuno parlare di consumo di suolo quando ci si riferisce ad un utilizzo dei terreni con il fotovoltaico fatto con giudizio, tale da non impermeabilizzare e consentire il ripristino in tempi rapidissimi”. “Smantellare una centrale come quella di Polesine Camerini, 4 gruppi da 660 MW a olio combustibile – conclude - è un’impresa titanica e forse impossibile: fermi tutti i gruppi dal 2010, l’area è ancora lontana da un possibile riutilizzo. Smantellare un impianto fotovoltaico da 50 MW richiede al massimo due mesi, con il ripristino integrale dei luoghi”.
Articolo di Lunedì 24 Maggio 2021

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