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GIUSTIZIA

In carcere, quanti ne aggiustiamo?

L'intervento di Guido Pietropoli, garante provinciale dei diritti dei detenuti del carcere di Rovigo: "Se la città continuerà a vedere il carcere come una pustola da espellere non potrà contribuire alla riabilitazione dei detenuti"

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ROVIGO - Riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Guido Pietropoli, Garante dei diritti dei detenuti della città di Rovigo. Rovigo rappresenta una sorte di ‘isola felice’ sia a livello regionale che nazionale, non essendo al momento interessata dal problema cronico del sovraffollamento.

Anni fa fui ricoverato in ospedale e dissi ad un infermiere: "dev’essere dura la vostra vita, tutto il giorno tra persone sofferenti”. Dopo un attimo d’esitazione, mi rispose: “È vero, però qualche volta riusciamo ad aggiustarli!”.

Credo che il paragone tra il carcere e l’ospedale non sia fuori luogo; anche i detenuti possono essere considerati malati, malati di violenza familiare, di sopraffazione e ricerca di espedienti per la sopravvivenza, di fragilità nel rapportarsi agli altri in una società competitiva.
Con questo non voglio attribuire alla società tutte le colpe che imponiamo di scontare a ogni detenuto; in carcere ho incontrato anche persone estremamente consapevoli, di rara cultura e intelligenza; il giudizio su questi può essere meno pietoso ancorché sempre rispettoso di trovarsi di fronte a una persona con le sue colpe, ma anche con i suoi diritti.

In un’ottica di efficientismo qualsiasi impresa economica che ha una mission s’interroga periodicamente sui successi e sugli insuccessi; se la risposta è: “recidiva al 70/80%“ qualsiasi impresa dovrebbe chiudere i battenti. Queste cifre sono i risultati “normali” dell’impresa “carcere italiano”.

Schematizzando si può affermare che le mission dell’istituzione carceraria sono due: sottrarre dalla società gli individui pericolosi facendo scontare il loro debito nei riguardi della Giustizia e l’altra, che sembra meno interessar il cittadino comune, di restituire alla vita civile individui “aggiustati” cioè risanati dalla loro attitudine a delinquere e resi adatti al reinserimento nella vita civile.

Il mondo della politica sembra interessarsi delle carceri solo per garantire al cittadino la certezza della pena: “hai sbagliato e ora paghi”. Non c’è ritorno di voti per chi s’interessa di capire cosa veramente succede tra le alte mura; anzi i voti piovono generosamente solo quando il politico si dimostra favorevole a richiudere il delinquente e a buttare le chiavi.

Ma l’impresa ‘carcere’ ha anche un significativo versante economico: un detenuto costa molto di più di un infermiere, di un vigile urbano, di un operaio. Qual è il risultato che vogliamo ottenere? Non sarebbe meglio che chi ha pagato il suo debito, invece di restare inebetito fuori dal cancello del carcere, sia messo in grado di rifarsi una vita e di rendersi utile alla società?

È questo il versante di maggior interesse dell’Istituzione che non può ridursi a una contabilità tribale: “hai sbagliato e ora paghi” ma che deve puntare sull’uso più attento e fruttuoso del periodo di detenzione per offrire la possibilità d’imparare un lavoro, di studiare, di coltivarsi, di aumentare la propria umanità. A questo fine devono lavorare le strutture carcerarie aiutate dai familiari, dai volontari e dalla città.

Se la città continuerà a vedere il carcere come una pustola da espellere e non come un ospedale speciale per soggetti difficili non potrà aprirsi a questo mondo di dolore e non potrà contribuire alla riabilitazione di soggetti che hanno la necessità d’essere aiutati.

Il problema di Rovigo non è il sovraffollamento - che fortunatamente non c’è (LEGGI ARTICOLO) - è il rispetto per il difficile lavoro del “personale sanitario” (leggi i dirigenti, le guardie, gli addetti ai servizi) e il rispetto e la cura per i “malati” (leggi i detenuti) perché alla fine, se non riusciamo ad “aggiustarli“, che società siamo?

Guido Pietropoli
Articolo di Giovedì 5 Agosto 2021

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