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EDITORIA

Un libro per riflettere sulle periferie culturali

Il romanzo dal titolo Radical? Shit!, scritto a quattro mani da Diego Perucci e Sandro Fracasso, è stato presentato  alla Casa della cultura e della legalità di Salvaterra, nel comune di Badia Polesine (Rovigo)

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BADIA POLESINE (Rovigo)Venerdì 17 settembre, alla Casa della cultura e della legalità di Salvaterra, è stato presentato il romanzo dal titolo Radical? Shit!, scritto a quattro mani da Diego Perucci e Sandro Fracasso, per i tipi di Scatole Parlanti. Il libro parla delle periferie culturali sondandone limiti e pregi.

Se vivere in periferia, come ha rilevato Remo Agnoletto introducendo l’incontro, implica alcuni svantaggi, come quello di raccogliere pubblico per contro, secondo Sandro Fracasso, che vive in un piccolo borgo toscano di 40 abitanti, la periferia è il luogo della sintonia, in cui l’uomo può essere umano.  Tuttavia hanno ammonito i due Autori, contrapponendosi alla massificazione, c’è il rischio che diventi il luogo della “retroguardia senese” citata fra le pagine come la metafora degli antieroi di una periferia culturale dal “movimento immobile”, che si crede avanguardia mentre retrocede.

Il fondatore del Teatro degli Incurabili Carlo Bollani, moderatore dell’incontro, ha parlato di un libro molto moderno, che si legge in maniera veloce, ma che ti spiazza stupendoti già dal titolo e che si dipana in paragrafi indipendenti “…tanto da poter essere letti a balzi, qua e la”, perciò difficile da recensire.

“È un libro complesso sin dal titolo, ha ammesso Sandro Fracasso, spiegandone il senso: “Radicale? Shit! (=merda)”. È un gioco di parole che dribbla la commistione di un vecchio titolo coniato da Tom Wolfe, generalmente usato per ironizzare sull’incongruenza del Jet Set e marcare il confine dell’ipocrisia. In questo caso, il punto esclamativo significa che qualsiasi scelta radicale è deprecabile ma nello svolgimento del racconto si comprende come qualsiasi scelta non può che essere radicale, per non vivere in una posizione di comodo che permette “incredibili conversioni a U”. Tutto questo serpeggia nel romanzo attraverso il protagonista, impermeabile a qualsiasi univoca comprensione, giacché rimane indifferente a tutto ciò che lo circonda e resta concentrato sulla sua piccola isola esistenziale. Nel libro, infatti, mancano i dialoghi, sostituiti dagli appunti di Filindi il cui nome, come ha spiegato Diego Perucci, già individua la piattitùdine dell’uomo solo, monotono, con scarse emozioni “…quasi un democristiano che accetta tutto da tutti”, mentre gestisce svogliatamente un robivecchi a Siena, ripetendo ogni giorno le stesse identiche azioni. L’idea della ricerca identitaria è riassunta dalle penne lisce al burro, un piatto crossover fra le origini meridionali del protagonista e nord inseguito, che rivela come Gaetano che non ha una ricetta di casa, cerca una famiglia in ogni trattoria, con l’entusiasmo gentile e bambino di un sessantacinquenne che insegue la sua identità.

Una persona sovrareale che ritrova lettere (reali) di persone che sfocano nello sfondo. Questa commistura fra reale e fantastico, secondo Fracasso, è il primo elemento radicale del libro in un contesto distopico, in cui vanità e narcisismo sono ancora i motori delle azioni.

Gaetano Filindi però non assomiglia a Fantozzi, perché non possiede alcun elemento di quella rabbia fantozziana, né quel desiderio di rivalsa di chi matura il rancore. Semmai appare lanciato in un immaginario eroico salgariano, quando si contrappone al padre per difendere la madre.

Diego Perucci ha infine posto l’accento sul fatto che questo libro è una scommessa, che ha richiesto molte energie volendo calibrare le parole in un lavoro che “… specificatamente,  mescolando la realtà con l’irreale non è per nessuno, non mira alle vendite ma solo a scatenare periferici momenti di cultura”.

Ugo Mariano Brasioli

Articolo di Martedì 21 Settembre 2021

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