Condividi la notizia

ALLUVIONE DEL PO

La famiglia Malerba, gente di fiume

Il 14 novembre prossimo è il 70° dell'alluvione del Po. Proprio l'argine maestro da Castelmassa a Bergantino (Rovigo) vide tutta la popolazione unanime a lavorare senza tregua per tamponare la furia delle acque

0
Succede a:

CASTELNOVO BARIANO (Rovigo) - Il 14 novembre prossimo è il 70° dell'alluvione del Po, evento già studiato, fra gli altri, dalla Minelliana e, per l'Alto Polesine, dalle ricerche di Enrico Fornasari e dalla sua équipe. Proprio l'argine maestro da Castelmassa a Bergantino vide tutta la popolazione unanime a lavorare senza tregua per tamponare la furia delle acque, senza i necessari appoggi istituzionali.

Numerose pure le testimonianze scritte e orali, un amarcord che non deve essere dissipato.

A titolo di esempio prendiamo la famiglia Malerba, gente di fiume, pontiera, battelliera, traghettatrice e dedita alla pesca, abitante in golena Cybo, dopo l'ex fornace, di fronte al vecchio ponte in chiatte. Il 6 giugno 1944 a soli 24 anni annegò nel grande fiume Sergio Malerba, mai dimenticato.

Bepina Malerba (1923-1920) e la cognata Lucia Tonini in Malerba (1914-1993) hanno tramandato a tutti la loro vita sul grande fiume, croce e delizia dei rivieraschi nel tempo stagione, ciò da sempre, per dirla con Bacchelli.

”Nel novembre 1951 - ha raccontato più volte Lucia Tonini - abitavo ancora in casa al ponte con mio suocero Filiberto Silvio Malerba,  che sarebbe morto 74enne di lì a poco. Avevo una figlia di pochi mesi, Rosa, mentre mio marito 43enne, Nino, lavorava sul ponte, avendo preso il posto del padre. Con noi stavano mio cognato Remo, mentre la cognata Giuseppina, appena sposatasi con Vittorino Rizzi, risiedeva poco lontano in via Spinea (aveva avuto un figlio, Franco, allora di 6 mesi), gli altri miei cognati Malerba, Benso ed Ezio, da alcuni anni si erano fatti una vita indipendente con la famiglia: Ezio a Sermide, Benso a Castelmassa”.

Il Po era al massimo della piena, paura in tutti che l'acqua rompesse a Castelnovo Bariano, la gente lavorava sugli argini. La casa dei Malerba era protetta da due argini, ma il Po aveva invaso golene e il ponte per Sermide era stato interrotto. “L’acqua assalì la nostra casa lentamente fino ai piani superiori, perdendo noi polli e suppellettili. Mio marito con il battello riuscì a recuperare il maiale che per la paura non mangiò più. Ci lasciarono noi alluvionati delle golene e sfollati senza cibo e vestiario. Subito sollecitai carabinieri della tenenza di Castelmassa e i soccorsi arrivarono”.

Bepina Malerba. ”Mio padre Filiberto Silvio - amava ricordare spesso - in quei giorni terribili era morto all'ospedale di Castelmassa: lo avevamo ricoverato in quanto la nostra casa golenale era stata invasa dall'acqua, il funerale era partito dal nosocomio massese, eravamo pochi, la gente era tutta a lavorare sugli argini, mentre la paura serpeggiava per la tema dell'alluvione incombente a Bariano, nell'ampia ansa di Chiavecchino ai confini bergantinesi. Gli staffettisti in moto ci invitavano a rifugiarci con le masserizie sull'argine maestro di fronte a Mezzano e all'isola Bianchi. Raggiungemmo il cimitero castelnovese dove seppellimmo frettolosamente papà, era il 14 novembre prima di mezzogiorno. Mi preparai a fuggire con il mio bambino e poche masserizie e andai sull'argine, accanto a mio marito che qui lavorava all'improvvisa emergenza. L'acqua lambiva già la strada provinciale dell'argine maestro a Chiavecchino, centinaia di volontari si dannavano con vanghe e badili onde riempire di terra i sacchi di iuta per rialzare una coronella”. Sembrava una battaglia contro i mulini a vento.

Intanto era arrivato l'ordine di evacuare tutto Castelnovo Bariano con le campane suonate a martello e i camion con gli altoparlanti. ”Il Po doveva rompere presto a Chiavecchino, l'acqua lambiva l'argine, sembrava un mare limaccioso, la corrente prepotente suscitava un rumore assordante, sordo e terribile che si perdeva all'orizzonte. Non si vedevano più gli argini di Sermide e Carbonara, tutto e solo acqua che da un momento all'altro poteva  scoppiare a campagna. Eravamo in balìa dell'imponderabile, nessuno ci diede una mano. Verso la 20, sotto la pioggia battente, la coronella di sacchi era tragicamente alla pari dell'acqua, aspettavamo da un momento all'altro che l'argine crollasse. Dopo le 22 arrivò la notizia della rotta di Occhiobello. Alle prime luci di una livida alba di giovedì 15 novembre 1951 il Po era in stanca, eravamo finalmente salvi”.

Articolo di Lunedì 1 Novembre 2021

Condividi ora la notizia con i tuoi amici

Oggi in Cronaca

La tua opinione conta!

Contribuisci alle discussioni quotidiane con gli altri utenti di RovigoOggi.it