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70esimo ALLUVIONE

La catastrofe del 1951 non è stata la fine del Polesine, ma occasione di rinascita

Il vescovo Pierantonio Pavanello ha celebrato la Messa a Occhiobello (Rovigo) per la Giornata provinciale del Ringraziamento. Ricordati i 70anni dall’alluvione

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OCCHIOBELLO (Rovigo) - I testi delle letture proposte in questa domenica, in particolare il brano del Vangelo, ci parlano di eventi catastrofici che suscitano paura e angoscia nell’umanità. Sono immagini che in qualche modo ricordano anche la grande alluvione di 70 anni fa, che fu una vera catastrofe di dimensioni che possiamo definire «bibliche».

Il messaggio che la parola di Dio ci vuol dare però non è di paura e angoscia, ma di fiducia e di speranza. Nella prospettiva del genere letterario «apocalittico», infatti, il riferimento a eventi catastrofici non annuncia la fine del mondo ma la venuta del Signore che è allo stesso tempo giudizio e salvezza.

L’annuncio della venuta nella gloria del Figlio dell’Uomo è una parola in cui Gesù impegna sé stesso (è questo il significato dell’affermazione «Le mie parole non passeranno») ed è una promessa del Signore che chiede al credente la risposta della fede.

Dire che il Signore verrà nella gloria significa infatti affermare la Signoria di Cristo sulla storia e sul tempo. La venuta del Signore non porta con sé lo scacco del mondo ma il suo futuro: il Dio che Gesù ci rivela non vuole la distruzione del mondo, ma la sua salvezza.

L’annuncio della venuta del Signore non rende estraneo il credente all’oggi, anzi gli chiede di aderire al presente e di amare la terra in cui vive. La venuta del Signore è certa, mentre invece non sappiamo il momento concreto in cui avverrà: c’è dunque per il credente uno spazio di attesa: un tempo da vivere come resistenza (cioè forza nelle avversità e nelle tribolazioni), come pazienza (cioè come capacità di vivere l’incompiutezza del quotidiano, come perseveranza (rifiuto di abbandonare la fiducia di fronte all’oscurità del futuro) e come fede (fissare lo sguardo sulle cose invisibili). Questi atteggiamenti vengono riassunti nella capacità di scorgere ciò che sta nascendo, che per forza di cose è piccolo e fragile: è questo il significato della parabola del fico: le prime foglie che spuntano annunciano l’estate, così anche noi siamo chiamati a vedere negli avvenimenti di questo mondo i segni della pienezza dei tempi, quando il Signore verrà a salvarci.

Questa visione della storia ci può aiutare a comprendere il senso del nostro lavoro e a trovare motivazioni per il nostro impegno nella società e nella vita economica. Anche la tremenda alluvione di 70 anni fa non è stata la fine della nostra terra, come si sarebbe potuto temere, ma è diventata occasione di rinascita, attraverso un rinnovato impegno di solidarietà e di creatività. Il ricordo di questo evento, alla luce della fede, deve diventare pertanto motivo per dare avvio ad una nuova fase di sviluppo sociale ed economico di questo territorio. Oggi non ci troviamo, per nostra fortuna, davanti alle devastazioni di una catastrofe naturale, ma siamo chiamati a dare risposta a sfide che, pur essendo comuni a tutto il nostro paese, toccano il nostro territorio in modo particolarmente pesante. Penso specialmente al problema demografico: lo spopolamento e l’invecchiamento del Polesine minacciano in modo serie le prospettive di sviluppo della nostra terra. Come 70 anni fa siamo chiamati a unire le forze e a trovare percorsi capaci di generare prospettive di vita. In questo percorso un posto centrale deve avere l’agricoltura: il Polesine, per la sua configurazione geografica e per la tradizione di sempre, ha nella coltivazione della terra la principale attività e non si può pensare al suo sviluppo sociale ed economico a prescindere dal settore primario. Occorre però uno sforzo creativo perché questo settore non sia solo un’attività di sfruttamento, ma sia generativo: generativo di occupazione, innanzitutto, di relazioni sociali e di sviluppo di altre attività legate alla trasformazione dei prodotti agricoli, al turismo, alla storia e all’arte. Servono ancora la resistenza, la pazienza e la perseveranza di cui i nostri padri hanno dato prova, riprendendo il cammino dopo l’alluvione, quella del 1951 come le numerose altre che la precedettero.

Guidati dalla fede, guardiamo anche noi con fiducia e speranza i germogli di innovazione e di creatività presenti nella nostra comunità e chiediamo al Signore di benedire le fatiche e i progetti di tanti uomini e donne di buona volontà.

Pierantonio Pavanello
Vescovo di Adria e Rovigo

Articolo di Domenica 14 Novembre 2021

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