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AGRICOLTURA STORIA E TRADIZIONI

A Badia Polesine la culla italiana della coltivazione del mais

Polentari e polenta nella storia e nella cultura locale della provincia di Rovigo grazie al Rotary Club Alto Polesine

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Giornale di bordo del 5 novembre 1492: «C’erano grandi campi coltivati con radici, una specie di fava e una specie di grano chiamato mahiz». Così Cristoforo Colombo annotava il paesaggio agricolo delle Indie. Proprio quella straordinaria piantina importata in Europa col suo secondo viaggio, era destinata a ridisegnare completamente i profili rurali del Nord Italia nonché a stravolgerne le abitudini alimentari.

Il Polesine, per secoli, è stato un grande laboratorio per sperimentare, saggiare e testare nuove colture, nuove industrie, nuove tecniche, diventando il granaio della Serenissima, vocandosi di volta in volta al riso, poi al mais, poi alla barbabietola da zucchero e, più recentemente alla soia ed alle colture orticole ed i  frutteti. Non tutti però sanno che, documenti alla mano, Villabona (ora Villa d’Adige) di Badia Polesine è stata la “prima culla italiana della polenta”. Per questo  martedì 12 febbraio il presidente Giovanni Fortuna e la moglie Laura Negri hanno organizzato, a Valgrande di Runzi, per il Rotary club Altopolesano una sorta di  convegno sul mais.

Ospite la Venerabile confraternita della polenta di Villa d’Adige, relatore Fabio Ortolan e fra i presenti Angelo Brenzan, presidente del gruppo polentari. “Si è trattato – ha detto Fortuna nell’introdurre l’incontro  – di un riconoscimento dovuto alla nostra terra, recuperando le testimonianze storiche sulla funzione che la polenta ha avuto sulle abitudini alimentari contadine senza dimenticare l’immane tragedia sociale della pellagra”. Assente il presidente Ivo Romanini, è spettato a Fabio Ortolan (priore e fra i fondatori della “Venerabile Confraternita”) il compito di raccontarne  la nascita e spiegare lo stemma ufficiale del sodalizio che riporta: la data del 1554, la pannocchia disegnata dal Ramusio, le due rose col cappello del doge dello stemma dei Mocenigo (che diedero 7 dogi a Venezia). A certificare la data fu lo storico trevigiano Giambattista Ramusio, come riportato nel labaro della confraternita, che dichiarò nel 1554:  « N’è venuto già in Italia di colore biäco & roflo et fopra il polefene de Rhoigo & Villa Bona feminano i campi itieri de ambedui i colori».

Certamente da quella data a Villabona di Badia si è coltivato in campo aperto per la prima volta al mondo il mais. Tesi confermata dal prof. Danilo Gasparini della Facoltà di Agraria dell’Università di Padova.
La fortuna di questo cereale, dapprima relegato negli orti botanici come semplice curiosità vegetale, fu decretata dalla Repubblica Veneta, in particolare con Lucietta Memmo Mocenigo la "regina di Alvisopoli" che promosse la coltivazione nelle sue tenute di Villa Bona del cosiddetto "turcicum frumentum" o granoturco, raffigurato dal Ramusio sia bianco che rosso.

Questo primato è diventato nel tempo un legame imprescindibile per il Polesine che, sotto forma di polenta, sfamò generazioni di polesani, soprattutto nei frequenti periodi di carestia. La polenta, calda e fumante servita dal paiolo di rame sul tagliere e rigorosamente tagliata con lo spago, con un po’ di formaggio, un po’ di sugo o di latte diventava un piatto gradevole, saporito e soprattutto economico seppur con i problemi correlati alla pellagra con le famigerate conseguenze: dermatite, diarrea e demenza. Negli anni d’oro si arrivò a produrre 5 milioni di q.li di mais. A seguire, Alberto Faccioli e la moglie Monica hanno presentato il  progetto “Polè” (Polesine è) intrapreso per valorizzare il mais ed i prodotti locali di qualità.
Fatta e compiuta la narrazione storica si è data voce alla tavola tutta dedicata alla polenta ed alla valorizzazione dei prodotti della tradizione veneta, con: tortino di polenta bramata biologica, radicchio con grana padano/polesano (dell’unico caseificio rimasto in provincia), fettuccine con crema di radicchio e tastasale, anatra brasata con polenta morbida, polenta “infasolà”, cipolla al forno e radicchio di Castelfranco, torta rustica con farina gialla e zaeti con farina di mais.
Non poteva mancare, nel dibattito finale, un accenno al futuro, ai mutamenti climatici, alle nuove varietà targate Ogm con la contrapposizione  fra partitanti e dubbiosi ed alle politiche per una economia agricola sostenibile.


Ugo Mariano Brasioli


 
Articolo di Venerdì 15 Febbraio 2019

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