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URBANISTICA ROVIGO

“Ex ospedale psichiatrico di Granzette, serve un progetto di riqualificazione consapevole”

L’architetto dell’associazione culturale “Idee per Rovigo”, Fiorenza Ronsisvalle propone la sua visione per quanto riguarda la struttura attualmente gestita da “I luoghi dell’abbandono”

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“La riapertura temporanea dell’ex ospedale psichiatrico di Granzette, offre lo spunto per una riflessione sul tema del recupero e riuso di questa area dismessa. Il grande spazio chiuso dovrà aprirsi alla città, alla sua contaminazione attraverso un progetto di riqualificazione, consapevole e desideroso di riappropriarsi di tanta memoria e bellezza nel rispetto del suo “genius loci”. Il luogo mantiene un fascino d’altri tempi: lunghi viali alberati, piante e verde che occupano tutto lo spazio libero, il rapporto pieno-vuoto, per una volta invertito, fa si che gli edifici, nonostante la loro austerità si armonizzino perfettamente nell’ambiente naturale, pur creato dall’uomo. 

I padiglioni formano un impianto edilizio a ventaglio che rispecchiava le metodologie di cura rivoluzionarie, d’importazione britannica: un ambiente accogliente era considerato fondamentale per la cura morale dei pazienti ed un loro possibile recupero, così come il metodo ergoterapeutico basato su di un’adeguata attività lavorativa, introdotto dal medico fiorentino Vincenzo Chiarugi.

Al di là di tutte queste “buone intenzioni”, purtroppo all’epoca, la realtà curativa prevedeva anche terapie coercitive e violente come l’elettrochoc e l’insulinoterapia. Il progetto del manicomio di Rovigo si concretizza nel 1906, quando il consiglio provinciale decide di aprire, con un preventivo di un milione di lire, un ospedale psichiatrico a Rovigo, per riunirvi i “matti” polesani sparsi in 41 ospedali di tutta Italia. Dopo varie vicissitudini e sospensioni, l’utilizzo dell’area durante la guerra mondiale, da parte del genio militare, viene inaugurato, nel 1929 e intitolato a re Vittorio Emanuele III; l’apertura ufficiale è il 20 marzo 1930. 

Costruito per ospitare quattrocento pazienti, il manicomio sarà utilizzato per una media di settecento pazienti; con l’approvazione della legge Basaglia (1978) dal 1980 non furono più accolti nuovi malati e venne definitivamente chiuso nel dicembre del 1997.

L’ampio spazio, il silenzio e i muri che hanno racchiuso vite ed esperienze di malattia ed emarginazione sono “presenze percettive” forti che accompagnano chi entra in questo luogo di particolare suggestione ed interesse ambientale; camminare all’ombra di alberi secolari, fa percepire un senso di isolamento e separazione dalla città. Sono lontani i  rumori, le auto, le persone, il pullulare frenetico delle attività del vivere quotidiano. Il muro di cinta impediva alle persone ospitate di uscire e metteva al riparo ”la città dei sani dalla città dei folli”. Il giornalino dei degenti “La canavera”, pubblicato nel 1964, spiega il significato della scelta del titolo: si voleva  che “ricordasse l’ambiente che ci ospita….,che ci dicesse della nostra infanzia, dei nostri fiumi, dei campi umidi di nebbia, del vento che fischia tra i rami folti dei pioppi polesani….una cosa debole…leggera come il volo di un aquilone: la canavera.”

Sicuramente l’area con il suo particolare patrimonio architettonico, la cui tipologia, come sosteneva lo storico d’arte austriaco Kauffmann, si colloca fra il neoclassicismo di Ledoux e il razionalismo di Le Corbusier e con il suo patrimonio ambientale, ha una potenzialità straordinaria da far emergere e condividere. 

Sono stati  tanti i  tentativi da parte delle istituzioni di portare avanti progetti di recupero dell’area: nel 1998 nasceva l’ipotesi, da parte dell’Ulss 18 di realizzare un international cancer center, primo istituto oncologico di tutto il Veneto. Nel 2005 l’area rientrò nello studio di fattibilità e fu affidato ad Alessio Pipinato per la costituzione di una Stu (società di trasformazione urbana) e per la realizzazione di un distretto per la terza età. Nel 2012 l’area rientra nel progetto strategico “Urban labor”, approvato con un accordo tra regione e comune di Rovigo per avviare un polo universitario-tecnologico-scientifico.

Nel 2014 l’area è oggetto di un protocollo d’intesa sottoscritto tra Ulss, comune, provincia e le associazioni ambientaliste Wwf e Italia Nostra, per la gestione degli 11 ettari di parco al fine di renderlo fruibile alla cittadinanza. Uno studio di fattibilità redatto da Lauro Benetti (Italia Nostra) e Rodolfo Fasiol (Asl 18) aveva identificato i primi interventi per mettere in sicurezza l’area partendo da pulizia e recinzione; grazie al contributo finanziario del gal-Polesine si è intervenuti su: verde, recinzioni, cartelli segnaletici e panchine; per arrivare ad oggi con l’affidamento della gestione dell’area, da parte dell’Ulss 5, all’associazione “I luoghi dell’abbandono”, attraverso l’aggiudicazione del bando ad hoc.

Si ritiene opportuno venga riattivato un tavolo di approfondimento tra le istituzioni e associazioni interessate, al fine di porre le basi per una nuova futura programmazione. Come è noto, risulta indispensabile la ricerca di finanziamenti su progetti di recupero e valorizzazione di un’area così impegnativa sotto molti aspetti, non ultimo quello gestionale e di manutenzione; è auspicabile riavviare una nuova collaborazione con l’università, come già avvenuto con l’istituto universitario di architettura di Venezia, che ha visto impegnati gli studenti del laboratorio di restauro del corso di laurea in architettura costruzione conservazione (a.a. 2014-2015) coordinati dalla docente Emanuela Sorbo, il cui lavoro può essere un’ottima base di partenza”.

 

Fiorenza Ronsisvalle
Associazione culturale “Idee per Rovigo”

Articolo di Martedì 5 Marzo 2019

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