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SPOSTAMENTO TRIBUNALE ROVIGO

Benvenuti a Rovigheto, citta dell’inconcluso

Roberto Magaraggia torna sulla questione del carcere di Rovigo e punta il dito verso la politica che in tutti questi anni è sempre stata assente o ha subito passivamente le scelte fatte da altri

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ROVIGO - Uscito per una passeggiata aveva appeso alla porta d’ingresso un cartello con su scritto: “Non sono in casa”. Terminata la camminata, arrivato davanti alla sua abitazione, letto il cartello, se ne andò. “Non c'è”, mormorò. Era un parigino famoso per aver inventato l’intensità della corrente elettrica. Si chiamava André Marie Ampere. Un genio, ma così distratto e assente da non comprendere che quel cartello l’aveva scritto lui, e che quella era casa sua. 
Più o meno quello che accade da oltre un decennio alle varie amministrazioni cittadine. Assenti. Imbambolate. Dormienti. 
Era il 2007 quando il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, venne a Rovigheto per posare la prima pietra del nuovo carcere, posizionato tra la Cittadella sanitaria-ex seminario e il Ceresolo. I lavori per ultimarlo dovevano durare quattro anni. Ne sono occorsi il doppio. La città era governata dall’amministrazione di Fausto Merchiori. Politici, mediamente capaci e innamorati della propria città, una domanda se la sarebbero posta. Tra poco, conclusi i lavori del penitenziario, della vecchia prigione di via Verdi, in pieno centro e limitrofa al tribunale, che ne faremo? Dopo di lui sono arrivati Bruno Piva e, ultimo, Massimo Bergamin. Che si sono scambiati il testimone “dell’incapacità programmatoria”. Succede sempre: quando si crea un vuoto c’è chi lo ricopre. 

La politica, assente, viene surrogata dalle istituzioni giudiziarie. Che, pare, si sarebbero mosse e si stiano muovendo. 

Tanto che la corsa per allargare il tribunale e spostarlo nei fatiscenti capannoni del Censer, vicino a Boara, a suon di milioni di euro, pare a buon punto. Uccidendo così definitivamente questo villaggio, definito impropriamente città. Solo oggi i vari candidati a sindaco, sbraitano, cercando di salvare il salvabile. Giorni fa era in città la presidente della commissione Giustizia,  Francesca Businarolo; due giorni dopo, Jacopo Morrone, sottosegretario e Francesco Basentini, capo dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria. Pensate che i candidati siano accorsi per perorare la causa? Per chiedere di allargare il tribunale unendolo all’ex carcere e non far trasferire da Treviso il reclusorio con i 14 ragazzi? Ma no! Assenti, anche quando è la montagna che va a Maometto. 

Ho sentito qualcuno, per lavarsi le mani, mormorare che tanto “... è il ministero che decide...”. No, cari azzeccagarbugli, sono i politici, quelle stesse persone che nel fine e inizio settimana scorsa sono arrivate a “Rovigheto”, senza essere minimamente interloquite, a stabilire cosa e dove si farà. Pare che nemmeno la storia insegni: sempre a rincorrere, mai anticipare. Così ci ritroviamo una serie di “ossi” che non riusciamo a digerire. Come ex questura, ex caserma Silvestri, ex Maddalena, ex banca d’Italia, ex Genio civile, ex scalo merci, ex vigili del fuoco, ex magistrali, ex liceo Celio, ex Ulss di viale della Pace, eccetera. Vogliamo aggiungerci anche il casermone del tribunale? Posizionando cartelloni stradali negli accessi al centro abitato con su scritto: ”Benvenuti a Rovigheto, città dell’inconcluso”. Che dite: non sarebbe ora che mettessimo in pratica una volta tanto l’abusato e mai attuato slogan “Paroni a casa nostra?”.      

Roberto Magaraggia

Articolo di Sabato 20 Aprile 2019

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