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#elezioniROVIGO2019

“Cari candidati, ma chi ve lo fa fare?”

Roberto Magaraggia si chiede cosa spinga i politici a mettersi in gioco per una città con una moltitudine di problematiche differenti con le varie categorie produttive assenti, se non silenti

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ROVIGO - “Prendete il palazzo d’Inverno, il resto verrà da sé”. Era l’ordine tassativo che ispirò una sommossa popolare portando alla sconfitta la borghesia russa, nella Rivoluzione d’ottobre del 1917. E’ lo stesso obiettivo primario che si prefiggono, oltre cento anni dopo, a Rovigheto: conquistare palazzo Nodari. Fatto proprio da combattenti dell’età moderna. Che dimostrano, almeno all’apparenza, un atto straordinario. Coraggioso e direi generoso. In quanto comporta un sacrifico considerevole e mi auguro consapevole. Che consiste nel promettere ai cittadini cose belle, felicità, crescita. 

Insomma, dopo anni di depressione, di tristezza, finalmente il miracolo: arriverà godimento e benessere per la nostra comunità. 

Ma chi sono questi intrepidi lottatori, vi chiederete? Semplice: i politici che si sono (ricordatevi sempre queste due parole: si sono) candidati alla conquista del municipio, sede amministrativa del comune capoluogo. Che in questa ardua impresa ci mettono le loro facce, incredibilmente sorridenti, incollate o appese sui manifesti in molti angoli della città. Che dovrebbero però essere affiancate anche dalle loro elettroencefalografie. Perché solo dei “pazzoidi” possono coscientemente proporsi per guidare Rovigheto, ritratti con quell’aria rilassata. 

Perché l’impresa, se non impossibile, è sicuramente molto ardua. Tanto da far sorgere spontanea una domanda: chi glielo fa fare? E perché? Guerreggiare tra loro, mettere a repentaglio conoscenze, amicizie, sistema nervoso e parte del loro tempo libero? Per ritrovarsi, il giorno dopo l’eventuale vittoria, una montagna di vecchi e nuovi problemi da risolvere. Strade e marciapiedi dissestati, finanze collassate, debiti stratosferici, commercio in ginocchio, redditi calanti, tasse elevate, edifici incartapecoriti, fatiscenti e dismessi. 

Che sono la caratteristica di questo triste “villaggio”, contornato da ben undici frazioni. Dove esistono ed insistono ancora marcati campanilismi e linguaggi che far dialogare, per esempio, Grignano con Sarzano, diviene impresa più difficile che riaprire l’ex alveo del fiume Adigetto su corso del Popolo. Eppure stiamo parlando di una Rovigheto di appena 50.000 abitanti, che si spargono tra centro e frazioni. 

Una frammentazione che spezza l’urbe in tanti piccoli satelliti. Con fatiche notevoli a riunirli, per comporli nelle piccole e grandi battaglie che si dovrebbero affrontare e intraprendere. Non ultima quella per mantenere il tribunale e gli uffici giudiziari, con il loro importante corollario socio- economico, entro le mura. Passata sotto al naso di sindaci distratti che soffrono di “anosmia politica”. Senza fiuto, per dirla volgarmente. 

Oggi, vi chiederete, cosa sta accadendo, riguardo questa emergenza? Che i primi interessati, gli avvocati, rincorrono sparpagliati e inconcludenti chi si è mosso per tempo, cioè i vertici degli uffici giudiziari. Ma anche le varie associazioni commercianti, e tutte le categorie produttive, sono silenti. 

Assenti, sonnolenti e direi prone. Come sempre: nei secoli, nei decenni, negli anni, nei mesi, nelle settimane. 

Come stanno dimostrando questi sacrosanti giorni. Per poi, come oramai da prassi, farsi prendere da nostalgie e rimpiangere “le tante cause perse”. Nel frattempo però i “camion traslochi” si stanno preparando per avviarsi verso il Censer. Storie di una piccola cittadina, fatta italiana il 25 luglio del 1866, la nostra Rovigheto. Che però dovrà impegnarsi e lavorare, lavorare, lavorare ancora molto per costruire i rovigotti.            

Roberto Magaraggia  

Articolo di Martedì 30 Aprile 2019

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