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CULTURA AL CENSER

Fabbrica dello zucchero, la prima zoppica

Lunghe attese, comunicazione nulla e molta pazienza per l'inaugurazione del polo culturale del Censer

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ROVIGO – Ore 21 di martedì 30 aprile, Censer. La struttura di viale Porta Adige è piena di macchine. Si potrebbe quasi pensare che vi sia un qualche vip di passaggio o un evento rilevante per il territorio. In teoria è la seconda.

L'apertura ufficiale de La fabbrica dello zucchero (LEGGI ARTICOLO). Ma di cosa si tratta? Sulla carta vorrebbe divenire un polo culturale attraverso una Start up dedicata: dopo essere stato un ex zuccherificio (da cui il nome del progetto) e un centro fieristico, ora si presenta con questa nuova veste.
Diciamolo subito: se vuole essere un contenitore a sé stante, per arte, cultura e quant'altro, va bene. Se invece si vuole integrare con la città, forse c'è ancora un po' di lavoro da fare.

Procediamo con ordine. All'arrivo vi è una moltitudine di persone in religiosa attesa all'ingresso principale. Nessuno sa che cosa aspettarsi. Molti arrivano spaesati e scoprono di dover fare una fila per registrarsi e farsi affidare un numero o un colore (non è chiaro) in attesa del giro dimostrativo. Nel mentre che si fa la fila, la luce ogni tanto salta. Effetto scenico? Non proprio.

Centinaia di persone attendono anche più di mezz'ora che il loro colore venga chiamato in qualche modo, visto che non vi sono pannelli e funziona tutto col passaparola. E se qualcuno è lontano o in bagno?
La fabbrica dello zucchero diviene in breve tempo La fabbrica della pazienza visto che non c'è nulla di cui nutrirsi per ingannare l'attesa (lunga) se non un piccolo banchetto di zucchero filato (sic!) per i più piccoli e un piccolo punto dove bere qualcosa.

Dopo una mezz'ora abbondante di attesa e qualche protesta, si dovrebbe entrare. Il condizionale è d'obbligo, in quanto si viene portati all'esterno e piantati lì (mentre all'interno prosegue l'effetto presepe). Anche in quel caso la comunicazione è nulla. Chi o che cosa si aspetta? Non è dato sapere. Fortuna che non piove e il clima, seppur un po' freddo, permette di aspettare (ancora!) una decina di minuti abbondante.


Finalmente, dopo “solo” un'ora di attesa, si entra! Un ragazzo elegante fa cenno di guardare in alto. Sulle strutture (scale) vi sono dei personaggi fermi. In sottofondo il forte rumore come della sala macchine di una nave. Ad un certo punto si interrompe e, dall'altra parte, inizia a cantare il coro polifonico Città di Rovigo. Straniamento è la parola che si materializza nella testa di molti. Le spiegazioni stanno a zero.
Fine dell'esibizione, si passa ad un'altra sala.

Le guide sono parche di parole e non dicono altro se non dove accomodarsi. Il secondo percorso prevede una stanza illuminata da luci blu, dei teli bianchi stesi sul pavimento e due voci registrate che discorrono dello zuccherificio. Straniamento all'ennesima potenza.

Terza sala, si osserva tutto da una vetrata. Un sassofonista (Gabriele Andreotti), si esibisce mentre un breaker (Giovanni Leonarduzzi) balla all'esterno. Mah... bravi sono bravi, e quindi?

Il quarto percorso è più piacevole: al centro di una sala semi illuminata la violoncellista Alessia Bruno suona un brano. E' già qualcosa, questa volta si capisce. La musica è sufficiente a se stessa.

Si torna all'esterno. Su uno schermo viene proiettato un filmato. All'inizio sembra di assistere ad una pubblicità stile profumo di Calvin Klein, poi diviene quasi un corto alla Quentin Tarantino. Alla fine si scopre il titolo, Il mio grido.
Nessuno applaude perché nessuno ha capito bene cosa ha visto.

Ultima sala, ci si siede in una specie di sala proiezioni dove, dopo poco, inizia l'esibizione di danza di Ida. Identity Atlas. Non male, infonde energia.

Il giro termina con qualche pannello e molti brindisi.
Alla fine della fiera, però, la vera domanda è: “Che cosa ho visto?”.

Al netto dei problemi tecnici, onestamente, il sottoscritto non è rimasto colpito da nulla. Se lo scopo della serata era quello di lanciare addosso “robe”, per far vedere le opportunità che ci sono, benissimo. Ma quello era implicito: lo spazio è grande e si sapeva già che si sarebbe prestato per simili eventi. E' un vero peccato che non si sia creato un filo logico, un percorso nel vero senso della parola o una storia che coinvolgesse il numeroso pubblico accorso per ammirare La fabbrica dello zucchero, che per ora è un grande punto interrogativo.

Andrà meglio la prossima volta. Sicuramente.
Nicola Vallese
Articolo di Mercoledì 1 Maggio 2019

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