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SEMINARIO

La storia idraulica del Vajont secondo l’Ordine degli ingegneri

Il 31 maggio si sono analizzate nei minimi dettagli le cause del disastro del 9 ottobre 1963 in cui morirono quasi 2.000 persone, anche con la testimonianza di chi quel giorno c’era

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SAN MARTINO DI VENEZZE (Rovigo) - In una cornice che ha colpito i partecipanti come esempio di recupero di un contesto rurale tipico polesano, l’agriturismo Carezzabella di San Martino di Venezze, all’interno della sala convegni, si è svolto il seminario organizzato venerdì 31 maggio dall'Ordine degli ingegneri di Rovigo in collaborazione con Fov (Federazione degli ordini degli ingegneri del Veneto) dal titolo "La storia idraulica del Vajont: storia di un lago e di una montagna". 

E' stato un appuntamento importante ed estremamente significativo che ha superato le aspettative degli organizzatori nelle presenze e per la qualità degli interventi svolti.

Il primo ad intervenire è stato il presidente dell'Ordine degli ingegneri di Rovigo, Paolo Gasparetto, che ha portato il saluto di tutto il consiglio ed ha ringraziato i presenti ma in particolare i relatori per la loro disponibilità. Con l'occasione ha presentato anche il progettista del cimitero delle vittime del Vajont, l’architetto Michelangelo Bonotto, presente in sala e che si è avvalso della collaborazione, per la progettazione geotecnica dell'intervento, di Riccardo Zoppellaro dell'Ordine di Rovigo.

Ha introdotto e coordinato i lavori Daniele Cecchettin, componente della Commissione idraulica e geotecnica sismica dell'Ordine degli ingegneri di Rovigo.

Cecchettin ha illustrato come, prendendo spunto dal volume pubblicato dal compianto Claudio Datei, si è arrivati alla definizione del seminario. Un contributo importante che l'Ordine degli ingegneri di Rovigo ha voluto offrire alla memoria ed all'analisi tecnica di una vicenda che ha segnato la storia ma anche le professioni tecniche. Ha ringraziato tutti i relatori per la disponibilità accordata procedendo poi alla loro presentazione. 

Il primo intervento è stato quello di Luigi Da Deppo, emerito di costruzioni idrauliche all’università degli studi di Padova, che ha parlato de "Gli impianti del Piave e la Diga del Vajont”, facendo una panoramica di tutte le dighe presenti nel bacino idrografico del Piave, illustrandone le caratteristiche costruttive, la tipologia ed i collegamenti tra i relativi invasi. Ha anche illustrato poi come si erano inseriti in tale contesto la diga e l'invaso del Vajont, spiegandone in dettaglio le fasi costruttive della diga che era unica per le dimensioni e decisamente particolare per la doppia curvatura.

E' seguito il contributo di Luigi Rivis, testimone diretto della sera del 9 ottobre 1963, che in qualità di dipendente della Sade poi Enel, era in servizio nella centrale idroelettrica di Soverzene ed ha visto passare sul Piave l'onda provocata dalla frana del Monte Toc. Proprio lui ha raccolto le sue esperienze di testimone e di tecnico in una interessante pubblicazione che è stata anche tradotta in diverse lingue. 

Rivis è stato anche tecnico responsabile degli impianti idroelettrici Piave-Boite-Maè-Vajont e successivamente vice direttore del Raggruppamento impianti idroelettrici Cordevole-Medio Piave - Cismon - Brenta. Molto toccante il momento in cui ha raccontato come si è salvato la sera della tragedia ma anche purtroppo della perdita dei suoi colleghi.

Molto articolato l'intervento di Attilio Adami, già professore ordinario di misure e controlli idraulici e poi di ingegneria del territorio all’università degli studi di Padova, il quale ha parlato de "I modelli idraulici nella storia del Vajont". 

Adami ha spiegato quali potevano essere i limiti del modello di simulazione di caduta della frana realizzato su incarico della Sade da Augusto Ghetti dell’università di Padova e ha illustrato gli studi condotti e la modellistica realizzata negli anni successivi alla tragedia, anche durante la fase processuale, per interpretare al meglio il fenomeno verificatosi. Tra questi anche il contributo determinante proprio di Datei dell’università di Padova che dimostrò come il tempo di caduta della frana fosse stato estremamente contenuto e quasi impossibile da prevedere in tale entità con il modello del Ghetti. Conclusioni confermate anche da altri modelli predisposti.

Molto interessante il contributo conclusivo di Alessandro Pasuto, dirigente di ricerca Cnr - Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, il quale ha parlato di "Monitoraggio dei movimenti franosi, concetti di base e casi di studio" sottolineando fin da subito come all'epoca del Vajont il monitoraggio delle frane fosse solamente di tipo topografico con semplici livellazioni. Oggi invece la tecnologia è estremamente avanzata e si possono usare tecniche e strumentazioni diversificate. Pasuto ne ha effettuato una rassegna con esempi applicativi delle stesse. Molto interessante la spiegazione dell'impiego delle fibre ottiche per il monitoraggio sia di corpi di frana ma anche, ad esempio, dei rilevati arginali.

Articolo di Martedì 4 Giugno 2019

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