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CINEMA

Carlo Bagno: storia di un antidivo

L'attore di Lendinara ricordato alla 76esima edizione della mostra cinematografica di Venezia. Il ritratto dell'artista, l'ultimo grande Ruzzante, l'indispensabile spalla di autentici mostri sacri dello spettacolo italiano, dal teatro al cinema

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LENDINARA (Rovigo) - Per una fortuita coincidenza, nel 2020 ricorreranno sia il centenario della nascita che il trentennale della scomparsa dell’attore Carlo Bagno. L’incontro di Domenica 1° settembre (LEGGI ARTICOLO) presso il padiglione della Regione Veneto alla 76esima edizione della mostra cinematografica di Venezia, organizzato da Polesine Film Commission e patrocinato dalla Regione Veneto, ha restituito un ritratto intimo ed appassionato dell’artista di origine lendinarese.

Mosse i primi passi nell’arte teatrale proprio a Lendinara, sotto la guida di Cesare Magon, la cui passione e cultura avvicinarono al teatro un’intera generazione di giovani, come una recente pubblicazione di Ramis Tenan ha avuto modo di ricordare. Proseguì gli studi all’Accademia nazionale di arte drammatica di Roma, ma l’esperienza della guerra interruppe una carriera che esploderà negli anni cinquanta nelle produzioni dei neonati teatri stabili di Milano, di Trieste e successivamente di Torino: in questi anni, il rapporto con il capostipite della scuola registica italiana Giorgio Strehler è difficile – non un caso isolato, come le confessioni di molti altri attori coevi testimoniano – ma proficuo, tanto da realizzarsi in alcuni spettacoli di assoluto rilievo: Strehler lo scrittura per La morte di Danton di Georg Buchner (1950), per Macbeth di William Shakespeare (1952) e per Il revisore di Nikolaj Gogol’ (1952).

Ciò che consacrò Carlo Bagno fu soprattutto la capacità di immergersi appieno entro i caratteri della commedia dell’arte, interpretando con maestria le maschere più conosciute della tradizione veneta, da Goldoni a Gallina, passando per Angelo Beolco detto il Ruzante: Gian Antonio Cibotto, rimembrando i loro incontri al Caffè Grande di Lendinara, intensi frammenti di un’amicizia coltivata nonostante la distanza che li separava, lo definì “l’ultimo grande Ruzante”.
Grazie alla capacità di addentrarsi entro il dramma di personaggi solo apparentemente comici, il dialetto si riscopre, pur nella sua tipica e caratteristica ruvidità, profondamente poetico: nella cadenza marcata e cantilenante, fatta di troncature e esclamazioni, di termini ed espressioni che tuttora appartengono al tessuto popolare e che veicolano il sostrato più puro della vita vissuta entro questo territorio.

Carlo Bagno recitò in italiano e in dialetto veneto, sia a teatro che di fronte alla macchina da presa, sempre con la stessa capacità di far aderire la propria identità personale alla propria figura di artista: la più concreta e solida modalità di essere, come lui stesso ricordò in una intervista per La Stampa, “una brava persona, prima che un bravo attore”, e di far coincidere spontaneamente questi due aspetti. Si mosse con disinvoltura tanto nei vaneggi alcolici di Bepi Cristofoletto fermato dai carabinieri in Signore & Signori di Pietro Germi (1965), ove la voce deraglia verso l’urlo sregolato, come solo un vero e autentico ubriaco saprebbe fare, quanto, agli antipodi, entro le dinamiche formali e famigliari del dottor Vanetti di Un dramma borghese di Florestano Vancini (1979, tratto dal romanzo postumo di Guido Morselli) ove la recitazione è impostata su un registro forbito, rigoroso e controllato.

Ma la parlata dialettale può mescolarsi con l’italiano e generare una modalità inedita di ibridazione espressiva che ha fatto scuola per interpreti dei giorni nostri come Marco Paolini e Natalino Balasso: il perpetuo Serafino de In nome del papa Re di Luigi Magni (1977), è un personaggio che sa unire alla saggezza un senso dell’umorismo mai banale o scontato. Qui il confronto con il cardinale interpretato da Nino Manfredi è ad armi pari: di fronte al carisma di un attore come Manfredi, dal suo ruolo scenico di subordinato Bagno dipinge una figura a sé stante, che risponde colpo su colpo al proprio ‘padrone’ senza passare in secondo piano, in un continuo rimando dialettico tra sacro e profano, tra serio e faceto. Bagno, abituato forse a ruoli meno appariscenti, porse le sue umili rimostranze al regista quando lo contattò per la parte, ritenendo quel ruolo fosse troppo importante per essere affidato a lui: superare questo eccesso di modestia gli valse il Nastro d’Argento al miglior attore non protagonista e la Grolla d’oro al festival di Saint Vincent.

Nella costellazione di mostri sacri con cui condivise la scena figurano anche Alberto Sordi in Il malato immaginario di Tonino Cervi (1979), ove Bagno veste i panni del Dottor Anzalone, e Marcello Mastroianni in Le due vite di Mattia Pascal di Mario Monicelli (1985), ove il nostro è Pellegrinotto: due interpretazioni per certi versi antitetiche, una più vicina ai retaggi comico-burleschi del Goldoni più conosciuto, l’altra più seria e introspettiva, più psicologica e profonda, nel perimetro di una drammaticità in tutto e per tutto pirandelliana.

L’eredità odierna di Carlo Bagno è quella di chi, come tanti altri, ha raccolto molto meno di quanto ha seminato. È il lascito di chi ha saputo trovare nella marginalità scenica una possibilità di riscatto, sapendo diventare dal nulla co-protagonista pur senza esserlo da copione, e senza il minimo eccesso di onnipotenza. Se ne andò così come aveva usato calcare le scene, modestamente, con dignità e consapevolezza.
Resta la perizia di un attore scenicamente educato, tecnicamente dotato, la cui opera è contrassegnata dall’autenticità dell’apparire sempre adatto al ruolo, a suo agio: ove per una sorta di tacita deontologia, l’unico modo di essere genuini, credibili attori, è vivere come si recita e recitare come se si facesse nient’altro che vivere.
 
Francesco Dallagà 
Articolo di Lunedì 9 Settembre 2019

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