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RUBRICA LEGALE DIRITTO E TUTELA 3.0

Fine vita: istigazione o aiuto al suicidio. E' reato?

L'avvocato Fulvia Fois spiega come la Corte Costituzionale abbia definito quando è punibile e quando no chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio

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Care Lettrici e Lettori,

Questa settimana mi fa piacere portare alla vostra attenzione una tematica che considero importante. La Corte Costituzionale, con una sentenza che possiamo definire storica, lo scorso 24 settembre è intervenuta in maniera decisa su una problematica, quella del fine vita, che dal caso di Eluana Englaro, passando per quella di Piergiorgio Welby e fino alla vicenda di di Fabo, divide e fa discutere l’opinione pubblica per oltre un decennio.

La delicatissima questione riguarda l’imputabilità per il reato di cui all’art. 580 del Codice Penale (Istigazione o aiuto al suicidio) secondo il quale chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo derivi una lesione personale grave o gravissima.Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata è minore degli anni diciotto o inferma di mente o in condizioni di deficienza psichica per altra infermità o per abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti.

Con la pronuncia citata la Consulta ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabile ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

La Corte Costituzionale non ha depenalizzato de plano il reato ma ha comunque ridotto significativamente il perimetro dei casi in cui l’aiuto al suicidio va punito. Più specificamente, non è perseguibile colui che aiuta un soggetto a togliersi la vita quando vi è: la dipendenza da trattamenti sanitari o da macchinari per restare in vita; l’irreversibilità della patologia; l’intollerabilità della sofferenza arrecata dalla condizione di malattia; la piena consapevolezza e la libertà di decisione.

Solo in questi casi, colui che aiuta il malato a togliersi la vita non può essere perseguito.

Peraltro, in attesa di un intervento indispensabile del nostro Legislatore, la Corte Costituzionale, per evitare il rischio di abuso dello strumento nei confronti di persone deboli o particolarmente vulnerabili, ha fissato dei paletti, subordinando la non punibilità della condotta di aiuto al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua, di cui agli articoli 1 e 2 della Legge n. 219 del 2017 e alla verifica sia delle condizioni richieste sia delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.

Va detto che già un anno fa la Corte Costituzionale, discutendo di suicidio assistito a partire dal caso Cappato-Dj Fabo, aveva sollecitato il Parlamento a disciplinare la materia, visti gli importantissimi valori etico-morali in gioco e l’impossibilità di rimediare a questo vuoto legislativo attraverso una semplice cancellazione del reato di aiuto al suicidio di chi si trova in una situazione del genere.

Purtroppo l’invito della Consulta è rimasto inascoltato in quanto ad oggi il nostro legislatore non ha ancora affrontato l’argomento.
Ma cosa cambierà nella pratica dopo questa sentenza? E’ evidente che fino a che una legge del Parlamento non lo avrà disciplinato compiutamente, il suicidio assistito non sarà praticabile. Di certo, però, coloro che dovessero accompagnare al fine vita volontario un soggetto che si trova nelle condizioni indicate dalla sentenza in commento, sia in Italia che all’estero, non potrebbero essere condannati.

Proprio guardando oltre confini, il suicidio assistito è legalizzato in Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo, mentre in altri paesi europei, quali Germania, Francia e Spagna, sono presenti normative che consentono il rifiuto di trattamenti sanitari e disciplinano le cure palliative, ma non ancora il suicidio assistito.

Se avete quesiti o dubbi da portare all attenzione anche degli altri lettori scrivetemi dirittoetutela3.0@gmail.com

Avv. Fulvia Fois

Articolo di Domenica 20 Ottobre 2019

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