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LETTERA

L'amore indiscusso del Conte Angeli per Rovigo. Fu l'ultimo o quasi

Una testimonianza che a partire dal restauro del palazzo storico grazie a Fondazione Cariparo mette in luce, e conferma, la grande fiducia della Fondazione per i progettisti e imprese extra Polesine. Il rammarico di un polesano

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ROVIGO - Il nostro insigne cittadino Domenico Angeli probabilmente proprio non se la sarebbe mai sognata una storia a seppur lieto, ma pur incredibile fine! Domenico Angeli dedicò la vita intera alla sua città, arrivato a Rovigo nel XVI secolo, e diventato conte ereditando il titolo dal padre, fu tra i primi grandi nobili della città, di cui fu podestà e primo sindaco, fino al 1867. A metà dell’’800 fece prima ristrutturare un antico caseggiato in via Angeli, all’epoca fatiscente ed assai povero, sito proprio nell’omonima via; poi eresse piazza Annonaria in luogo del complesso dei frati domenicani, cedendo il tutto poi al Comune. Tutto a sue spese. In realtà furono molte le occasioni in cui il Conte si distinse per munificenza e generosità per la sua città e per i suoi cittadini. Lasciò alla morte il palazzo eretto nel 1780 e in cui abitò a lungo, Palazzo Angeli, al Comune di Rovigo, a cui appartiene dal 1876.

Il conte immaginava un Palazzo a disposizione dei suoi cittadini, a tal punto che Domenico Angeli nel testamento datato 28 ottobre 1872 lasciava in via di legato la sua casa di Rovigo posta in contrada Angeli al n. civico 28 e la casa attigua denominata “Casa Malimpiero” al n. 26 affinché il comune “vi trasferissse la sede municipale”. Questo rimaneva tuttavia un intento e non era per l’amministrazione comunale vincolante.

Nel turbinio storico di eventi, palazzo Angeli fu molto spesso dimenticato, poi “regalato” agli usi di Questura, e simili, per poi tornare in abbandono fino a pochi giorni fa. I restauri sono stati effettuati in tranche successive: nel primo momento (inizio anni 2000) il restauro venne affidato all’architetto Giovanni Vio (di Venezia), e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova (e Rovigo). Nel 2018 la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova (e Rovigo) propone al Comune di terminare il recupero del palazzo a sue spese per insediarci l’Università di Ferrara; la Fondazione incarica l’architetto Lippi Angeli (di Padova) di progettare e dirigere i lavori di recupero. Gli esiti del recupero finale sono soddisfacenti, sebbene si possano osservare alcune scelte abbastanza discutibili sia nel primo restauro (scale in cemento armato con ascensore in vetro e acciaio, non proprio consoni ad un palazzo settecentesco), sia nel secondo restauro (illuminazione interna modello film di star-treck, utilizzo di alcuni ambienti completamente affrescati ad uso uffici…).


Ma il vero problema è un altro: come mai la rispettabilissima istituzione che la città di Padova (e Rovigo) accolgono e stimano, ripetutamente si affida a progettisti esterni alla città ed alla provincia per i suoi progetti? Sgombriamo innanzitutto il campo per capire bene l’interlocutore: la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova (e Rovigo) è una “organizzazione senza scopo di lucro che opera per promuovere lo sviluppo sociale ed economico nelle province di Padova e Rovigo. Nasce nel dicembre 1991 con la Legge Amato, che ha introdotto nel nostro ordinamento le fondazioni di origine bancaria”. E come si può agevolmente capire dal sito web ufficiale, tale istituzione al 31/12/2018 ha un patrimonio netto di 1.993,3 milioni di euro, fondi per attività erogativa pari a 185,1 milioni di euro, un portafogli finanziario di 2.318,1 milioni di euro ecc.. Per effettuare i dovuti paragoni, il Comune di Rovigo ha un bilancio di previsione 2019 di circa 46 milioni di euro di spesa corrente. La “potenza di fuoco” della Fondazione è quindi pari a circa 5 volte il Comune di Rovigo, detta in soldoni. Fatte queste premesse, sorgono dubbi allorquando sia la Fondazione, sia gli enti che la “accompagnano” nelle sue scelte, perdano di volta in volta l’occasione di coinvolgere le imprese ed i professionisti locali per le sue pregevoli opere. A palazzo Angeli i progettisti principali sono stati appunto l’architetto Vio di Venezia e l’architetto Lippi di Padova (e già qui Domenico Angeli sussulterebbe nella tomba). L’impresa di costruzioni dell’ultimo restauro del 2019, la Ruffato Mario Costruzioni di Borgoricco (Padova). Ma ancora per il mastodontico restauro del Palazzo Roverella (negli anni ’90 e primi 2000), finanziato in gran parte dalla Fondazione, il progettista fu…. l’architetto Vio di Venezia. Non cambia la storia nemmeno fuori dal capoluogo. L’architetto Vio di Venezia è progettista da tempi immemori di qualsivoglia intervento (finanziato o cofinanziato dalla Fondazione) per il restauro del complesso della Vangadizza di Badia Polesine. Diversi incarichi (l’ultimo con determinazione del settore lavori pubblici del Comune di Badia Polesine N. 583 del 14-10-2019, ma diversi incarichi sono desumibili nel 2015 per oltre 70.000 euro) tutti al medesimo professionista architetto Vio di Venezia. Chissenefrega dei progettisti di Rovigo!

Non perdiamoci d’animo, non è finita. Per Palazzo Cezza (sede di Rovigo della Fondazione) ristrutturato nel 2014 il progettista è stato l’architetto Lippi di Padova. Quindi a Padova, ci si attenderebbe per la proprietà transitiva, un intervento in massa di progettisti rodigini. Per nulla, nemmeno uno. Il grandioso restauro del palazzo del Monte di Pietà (sede della Fondazione di Padova…) negli anni 2007-2009, venne affidato allo studio R&S di Padova (architetti Claudio Rebeschini e Andrea Schiavon di Padova), di rodigini nemmeno l’ombra. Per la precisione, l’impresa affidataria dei lavori fu la Setten Spa di Oderzo (che non è in provincia di Rovigo!). E per quanto ad uno dei più grandiosi restauri finanziati dalla Fondazione (a Padova), ovvero per il Palazzo della Ragione di Padova, dal 1995 al 2004 circa, il progetto architettonico venne affidato nientepopodimeno che ad un rodigino? No! All’architetto Vio di Venezia. E per quanto alle imprese edili ed impiantistiche realizzatrici, non un’impresa di Rovigo è citata nel colophn del libro che riassume l’opera sul Monte di Pietà (a cura ovviamente dell’architetto Vio di Venezia).

Ora ci domandiamo e chiediamo qualcos’altro: la Fondazione e le sue rappresentanze attuali, di questa storia trentennale ne sono a conoscenza? La città di Rovigo e le sue rappresentanze politiche ne sono a conoscenza?  E’ o non è un modus operandi fisso ed invariabile da ormai trent’anni di storia? E’ corretto che Rovigo venga continuativamente ignorata nel momento in cui la Fondazione investe ingenti denari quanto a progettisti e imprese? E a questo punto, la domanda conseguente sorge spontanea: a quanto ammontano gli investimenti e le elargizioni totali dal 1991 ad oggi nella provincia di Padova e Rovigo (distinti per territorio) effettuati dalla Fondazione? Ed in che modo tali investimenti ed elargizioni sono stati suddivisi in percentuale, ovvero con quale criterio? E ancora: esiste un albo imprese e/o professionisti all’interno della Fondazione? In che modo vengono scelti i contraenti? Ai posteri l’ardua sentenza.

Lettera firmata

Articolo di Martedì 29 Ottobre 2019

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