Condividi la notizia

VENERABILE CONFRATERNITA DELLA POLENTA

Il mais non è più cibo da polentoni ma da palato fine

Il convegno a Badia Polesine per fare il punto sulla rotta invertita: la qualità della granella antica è il futuro del mais

0
Succede a:

BADIA POLESINE (ROVIGO) – Venerdì pomeriggio nella sala Soffiantini dell’Abbazia della Vangadizza, la “Venerabile Confraternita della Polenta 1554” ha realizzato il convegno sulle “Varietà antiche di mais – la biodiversità in tavola”. Il convegno è stato aperto con i saluti del sindaco Giovanni Rossi, che ha ricordato suo padre: “… che portò a Badia il Marano di Vicenza” e compiacendosi di questo ritorno alle origini, ha concluso: “Ben venga un convegno di questo tipo per far capire l’importanza della svolta green che parte dal riconoscimento della nostra storia, dopo l’ubriacatura degli ogm e degli ibridi industriali che avevano trasformato il Polesine in un deserto del mais”. Presente l’assessore Stefano Baldo.

Il convegno ha avuto un divertente prologo con l’investitura del relatore Paolo Valoti del Crea (v. foto) a cavaliere della Confraternita con la seguente motivazione: “Difende l’antica coltura del mais e del suo alimento principe, la polenta”. 
Dopo il benvenuto del presidente della confraternita Ivo Romanini e l’intervento di Remo Zanellato della Camera di commercio di Rovigo, la parola è andata al relatore Paolo Valoti che ha raccontato le origini del mais e l’importanza che questo cereale ha rivestito nella storia dell’umanità. “In base ai reperti fossili si pensa che questo gruppo derivi da un ancestrale comune di 55-70 milioni di anni fa”. Probabilmente “addomesticato” per la prima volta in Messico circa 9.000 anni fa, si è diffuso in tutto il centro America, dove costituiva la base dell’alimentazione delle popolazioni indigene, tra cui i Maja e Aztechi, che la chiamavano “pane della vita”. Il professore ha anche spiegato perché in centro America non conobbero la pellagra, a differenza di quanto avvenne da noi: “… perché lo cuocevano con cenere o calce, e la bollitura della granella preservava la niacina (vitamina PP o vitamina B3)”. Ancor oggi il mais è un elemento principe della cucina messicana e, nel 2010, è stato riconosciuto parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

Il mais giunse in Europa in seguito ai viaggi di Cristoforo Colombo e fu inizialmente utilizzato come pianta ornamentale per poi diffondersi, verso la metà del Cinquecento, per usi alimentari. Coltivato per la prima volta nel 1554 a Villa d’Adige, è diventato una delle più importanti merci di scambio dell’agroindustria, perché si presta a moltissimi usi alimentari, e non solo (basti pensare all’involucro dei cibi, alla buste della spesa e ai piattini compostabili). Nel tempo, furono selezionate delle varietà, alcune delle quali giunte fino ai nostri giorni. Nel Veneto i più diffusi sono: il Marano, con pannocchie di forma cilindrica, non più lunghe di 20 centimetri, di colore rosso tendente all’arancione e il Bianco perla, mais con pannocchie affusolate e lunghe anche 25 cm con grandi chicchi vitrei, bianco perlacei e brillanti da cui si ricava la farina per la polenta bianca. Altre varietà sono il Pignoletto d'Oro e il Nostrano. Il mais è dunque una pianta particolarmente legata alla storia della campagna veneta, fatta di povertà, di lotta quotidiana, di miseria. Nessun cibo è stato universale come la polenta e nessun altro cibo ha salvato interi popoli dalla carestia e dagli orrori della fame come la polenta (nonostante la pellagra).

La Confraternita oggi si pone come custode di questo patrimonio, opponendosi agli ogm e agli ibridi industriali che divorano la terra, il suolo, quantità enormi di acqua e forse anche il futuro dell’uomo. Man mano che la diversità delle piante normali diminuisce o scompare per essere sostituita da piante che portano transgeni, il patrimonio di variabilità genetica va perduto in modo irreversibile. “Una delle caratteristiche delle varietà antiche - è stato detto - è l’adattamento secolare al nostro territorio, hanno bisogno di pochissima acqua, anche se la granella che ricaviamo non va mai oltre i 35 quintali, contro i 150-180 degli ibridi”. Il prezzo però ripaga il lavoro costante e appassionato. Nel progetto di recupero della qualità e sul rispetto per l’ambiente sono state coinvolte le istituzioni scientifiche e le Università. L’Agenzia per lo sviluppo rurale conserva nella propria banca del germoplasma queste sorgenti di agrobiodiversità e certifica l’alto valore nutrizionale delle farine. 

Le varietà antiche sono coltivate con tecniche colturali tradizionali per garantire il mantenimento delle proprietà organolettiche e nutrizionali delle farine. Si ottiene così un prodotto che consente di riscoprire i vecchi sapori della tradizione. Perché la tutela di queste coltivazioni non rimanga una mera 'operazione nostalgia', l’obiettivo è coinvolgere tutta la filiera. La sfida è lanciata: il ritorno all’antico apre prospettive su un futuro migliore.

Ugo Mariano Brasioli

Articolo di Sabato 9 Novembre 2019

Condividi ora la notizia con i tuoi amici

Oggi in Cronaca

La tua opinione conta!

Contribuisci alle discussioni quotidiane con gli altri utenti di RovigoOggi.it