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STAGIONE LIRICA

Farfalle, origami e colori pastello di Butterfly conquistano il teatro Sociale

Il più applaudito alla recita del debutto al teatro di Rovigo è stato il direttore l'orchestra Stefano Romani. Nel foyer all'ingresso la giunta comunale ha distribuito rose alle signore presenti

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ROVIGO - Sull'onda del Giapponismo che ha invaso Rovigo, titolo della grande mostra di palazzo Roverella, venerdì 15 novembre è debuttata la stagione lirica del Sociale di Rovigo, teatro di tradizione che produce le sue opere, con Madama Butterly di Giacomo Puccini. Un appuntamento atteso dai rodigini che sono accorsi numerosi, mancavano solo 14 posti al sold out, e che ha visto la nuova giunta comunale nel foyer regalare a tutte le signore che entravano una rosa, un gesto di elegante sensibilità nel mese dedicato a contrastare la violenza sulle donne.
Sul podio del direttore d’orchestra un nome di casa, il maestro Stefano Romani, in buca l’orchestra regionale Filarmonia veneta completata da 14 studenti del conservatorio Venezze.

La storia di Butterly è nota, nello spartito è definita “tragedia giapponese”, ambientata a Nagasaki ai primi del ‘900: Cio cio san, la protagonista quindicenne è venduta come sposa ad un ufficiale della marina americana. Questo matrimonio lei lo paga duramente: la famiglia la rinnega per aver abbracciato una nuova religione ed aver rinunciato al nome. Viene abbandonata dal marito americano, per lui era un vezzo sentimentale o meglio sessuale fin dall’inizio, mentre lei lo attende fiduciosa e fedele contro ogni logica. Lui torna dopo tre anni con la nuova moglie americana e solo per portarsi via il figlio nato con Butterly. Una storia di maschilismo occidentale e di sottomissioni orientali condita dall’idea dell’amore romantico. Non un storia edificante dunque, ma per Puccini è stata l’argomento utile a sperimentare, o consolidare, diverse novità: l’uso dei temi ricorrenti, le citazioni musicali - come l’inno americano e quello giapponese -, un linguaggio lirico sinfonico con soluzioni musicali a sorpresa, l’affrancamento dallo schema del melodramma italiano e l'inventare melodie giapponesi che tanto lo affascinavano.

Dall’arte in genere ci si aspetta delle emozioni. L’opera a Rovigo ha emozionato? Sì ma non per gli aspetti più scontati, ovvero le voci. Sono piaciute le scene di Emanuele Genuini con Stefano Zullo: molto belle, realizzate con poco, ma decisamente poetiche, dalle tinte pastello con origami, foglie, lampade di carta che andavano su e giù nei momenti pertinenti, uno scorrere di paraventi in carta da zucchero per disegnare gli spazi e le nuove scene.

E’ piaciuta la direzione di Romani, unico al momento degli applausi ad un vero boato, ha diretto una orchestra fluente e travolgente, emozionante, ad onore del vero troppo sonora rispetto alle voci in diversi momenti, ma la bella figura c’è stata. A volte la parte strumentale ha fatto meglio di quella vocale, per esempio il primo violino, Cesare Carretta, in alcuni momenti ha commosso più dei cantanti con i quali intersecava il tema musicale.

Renzo Zulian, tenore, ha interpretato con voce generosa il ruolo di Pinkerton come da libretto, riuscendo a suscitare vera antipatia per tutto il primo tempo. Elegante e piacevole il console Sharpless di Pablo Rossi Rodino; la Suzuki di Irene Molinari scorre via. Lorenzo Izzo è Goro con naturalezza.

L’entrata dal fondo della platea dello zio Bonzo di Carrillo Boni ha sortito l’effetto di scuotimento che voleva indurre. Bene il rodigino Francesco Toso nel ruolo del Principe Yamadori, lo spasimante di Butterly dopo l’abbandono di Pinkerton, la sua voce è maturata e presenta un colorito uniforme e brunito molto piacevole.

Il coro Lirico Veneto, diretto da Giuliano Fracasso, ha qualche sbavatura nel primo atto, mentre nel secondo atto, col famoso coro a bocca chiusa, procede con regolarità.

La regia di Alberto Triola, pur presentando qualche soluzione efficace come l'uso delle ombre cinesi, è uno degli aspetti che rendono meno godibili l’intera opera. L’umiltà dei giapponesi, la costrizione fisica imposta alle donne in termini di movenze e abiti, iconograficamente corretta, non giova a fare apprezzare l’opera e la parte vocale. Butterly, interpretata da Eva Golemi, in primis ne paga le conseguenze. Si muove come un manichino, capo chino o testa di lato a significare riverenza, ventaglio davanti alla bocca per indicare rispetto, ma a svantaggio del canto, senza contare alcuni tempi veloci, forse non imputabili alla cantante, per esempio ne Un bel dì vedremo, che non hanno reso giustizia alla sua bella voce. Nella seconda parte Golemi recupera, - è Puccini che ritorna se stesso a dire il vero -, ma nel primo atto proprio non risulta interessante pur essendo la voce piacevole.

Costumi, di Sara Marcucci, e luci, di Stefano Capra, sono ben in sintonia con le scene pastello e la ricerca poetica e delicata legata al giapponismo.

Alla fine il pubblico è rimasto piuttosto contento, termometro ne sono stati gli applausi per tutti. D’altra parte nello spettacolo dal vivo a dettare il successo sono le emozioni trasmesse e venerdì sera al Sociale è successo proprio questo.

Irene Lissandrin

Articolo di Sabato 16 Novembre 2019

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