Condividi la notizia

L’INCONTRO

Spese militari in aumento, come le esportazioni di armi

Giorgio Beretta, analista del commercio di sistemi militari e di armi, dalla casa della cultura e della legalità di Salvaterra (Rovigo), lancia l’allarme ed invoca la ristrutturazione dell’industria militare europea

0
Succede a:

BADIA POLESINE (RO) – Parlando del teatro Balzan semivuoto (LEGGI ARTICOLO), ho già manifestato perplessità sulla concomitanza di eventi in una piccola realtà come Badia, addirittura entrambi alla  stessa ora e col logo CDP. In ogni caso, venerdì 15 novembre nella casa della cultura e della legalità di Salvaterra, Giorgio Beretta, analista del commercio di sistemi militari e di armi, ha tenuto una conversazione sul tema: Spese militari e vendita di armi a paesi in guerra.

Dalle sue parole, corredate con la proiezione di slide, è emersa la denuncia della sostanziale contraddizione fra l’enunciato ripudio della guerra dell’art.11 della costituzione italiana e il ritrovamento di pezzi d’artiglieria “made in Italy”, utilizzati contro i civili in medio oriente.

L’Italia vanta una delle migliori leggi in materia di controllo sulle esportazioni, la 185/90, ma da anni non invia informazioni al registro Onu sulle armi convenzionali né fornisce la lista degli Stati verso cui esporta armi all’Arms trade treaty di Ginevra. Insomma lo Stato ha scelto l’opacità e, per non esporsi alla critica dell’opinione pubblica, la relazione Parlamentare riporta solo valori complessivi e generici.  La poca trasparenza sull’argomento è favorita dal 2016, con la nascita della "One Company", voluta dall’amministratore delegato di Finmeccanica (divenuta poi Leonardo) Mauro Moretti, che ha incorporato per fusione le controllate OTO Melara e WASS assorbendo le attività delle controllate AgustaWestland, Alenia Aermacchi. Il rebranding della società con la cessione di settori civili rilevanti ma ritenuti non strategici, favorisce l’ambiguità sui costi del comparto militare che sarebbero sempre più a carico di due ministeri che nulla hanno a che fare con la Difesa: quelli dell’Economia e dello Sviluppo Economico. Il vero problema è che, per essere competitivi, Leonardo e le controllate non possono limitarsi alle commesse del ministro della Difesa ma devono trovare nuovi mercati extraeuropei e poco importa se di Pesi retti da monarchie assolute, da dittature “paternaliste”, da regimi dispotici, oppure se siano in conflitto fra loro. Contano gli affari, punto.

“Particolarmente preoccupante – commenta Giorgio Beretta – è il protrarsi delle forniture di munizionamento e di sistemi militari alla monarchia saudita, nonostante le tre risoluzioni del Parlamento europeo sulla necessità di un embargo, in considerazione delle gravi violazioni del diritto umanitario nel conflitto in Yemen. Va, infatti, rilevato come sia proseguita la fornitura ai sauditi di quasi 20mila bombe aeree di RWM Italia (controllata al 100% dalla tedesca Rheinmetall).”

Il report annuale Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) ha rivelato un nuovo aumento della spesa militare del +2,6% nel 2018, ragiungendo le cifre degli anni della Guerra Fredda. A primeggiare nella classifica sono Stati Uniti e Cina, la Russia è scesa dal 4° al 6° posto, mentre l’Italia è salita all’11° posto. Per le Forze armate l’Italia spende l'1,4% del Pil, cioè più di Germania, Spagna, Olanda (tutti all'1,2%). In termini assoluti 25 miliardi di euro l'anno, qualcosa come 68 milioni al giorno. A pesare sulle tasche dei contribuenti ci sono le 7 nuove fregate e la portaerei Thaon di Revel, presentate come "navi a doppio uso" per operazioni umanitarie, i 766 autoblindo Freccia (armati e per trasporto truppa) e Centauro (carri armati su ruote), in numero sproporzionato alle esigenze operative, forse per promuoverne le vendite all’estero. Oltre ovviamente ai 90 cacciabombardieri F35. Ci sarebbe, secondo Beretta, un modo più rispettoso dei valori costituzionali, più sostenibile e dai migliori effetti sulla legittima sicurezza: la ristrutturazione dell’industria militare europea. Questo però comporterebbe scelte che i singoli Stati non sono disposti a fare: progettare una difesa europea integrata e pensare all’industria militare non in una funzione proiettiva nei mercati ma commisurata alle effettive esigenze.

C’è poi un altro aspetto: quello della disinformazione. In un periodo di precarietà e insicurezza economica le persone tendono a cercare di risolvere problemi che sentono più pressanti, come quello del lavoro. Inoltre i media spettacolarizzano determinati problemi, come l’immigrazione, ma raramente aiutano a riflettere su cause e connessioni. “Sui canali televisivi si è parlato pochissimo di cacciabombardieri F35 e delle bombe della RWM e, forse per questo nessuno s’indigna”.

Nel frattempo, come emerge dal “Rapporto Mil€x”, la spesa militare aumenta con un trend avviato dal governo Renzi e non sembra volersi arrestare. Questo fiume di denaro assorbe oltre 2/3 dell’intero budget dedicato allo sviluppo delle imprese italiane ma contribuisce allo 0,8% del Pil, mentre alle piccole e medie imprese, che sul prodotto interno lordo pesano per il 50%, restano le briciole. Oltre l’80% finisce nelle casse di Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri, Fiat Iveco incassa ciò che riguarda i mezzi terrestri dell’Esercito e il resto va alla Piaggio Aerospace (di proprietà degli Emirati Arabi) che costruisce i droni armati.

Poi ci sono le cosiddette “banche armate”, gli istituti che mettono a disposizione conti e sportelli per l’incasso dei pagamenti legati all’export militare, oltre la metà dei quali transiterebbe per UniCredit, ma ci sono anche Deutsche Bank, Bnp Paribas , Barclays Bank, Banca Popolare di Sondrio e Banca Valsabbina, la banca d’appoggio di RWM Italia.

E le Missioni di pace? Dice Beretta: “Sono semplicemente paradossali e servono solo per mantenere un Esercito sovradimensionato rispetto alle esigenze strategiche e operative”. E’ un paradosso inquietante come rilevava, nel suo discorso d’addio alla nazione, Ike Eisenhower parlando del pericolo di un “complesso militare industriale” capace di influenzare le scelte economiche e politiche della democrazia.

L’altro paradosso è che l’Italia destina il 75% del budget per perseguire le missioni militari e il restante 25% in attività di cooperazione e sviluppo che dovrebbero servire a ridurre le cause socio-economiche dell’immigrazione verso l’Europa.

Ugo Mariano Brasioli

Articolo di Martedì 19 Novembre 2019

Condividi ora la notizia con i tuoi amici

Oggi in Cronaca

La tua opinione conta!

Contribuisci alle discussioni quotidiane con gli altri utenti di RovigoOggi.it