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GIORNATA DELLA MEMORIA

Nessuno sapeva dei campi di sterminio. All'epoca non c'erano informazioni, tv e social

Riccardo Calimani, storico dell'ebraismo e scrittore, in Accademia dei Concordi, giovedì 23 gennaio. Ha raccontato la sua storia ai rodigini

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Giovanni Boniolo e Riccardo Calimani

ROVIGO - "Il dovere di ricordare". Lo sterminio degli Ebrei secondo Riccardo Calimani, scrittore e storico italiano, ospite nel pomeriggio del 23 gennaio all'Accademia dei Concordi. "E' un onore averlo qui con noi" ha detto Giovanni Boniolo, presidente dell'ente culturale della città, quando lo ha presentato al pubblico. Laureato in ingegneria elettrotecnica e in filosofia della scienza, è autore di molti volumi dedicati soprattutto alla storia degli ebrei e di Venezia. Nel 1986 ha ottenuto il Premio cultura della presidenza del Consiglio dei ministri e nel 1997 il premio europeo per la cultura. 
Un incontro coinvolgente, Calimani ha raccontato la storia della sua famiglia a Venezia proprio nel momento delle legge razziali. "I miei genitori capirono il 16 settembre 1943, giorno del loro matrimonio, la tragedia imminente, proprio quel giorno, un mese esatto prima della razzia nazista a Roma, il presidente della Comunità ebraica di Venezia, primario ospedaliero innovativo e uno scienziato illustre, Giuseppe Jona, si suicidò". La voce che si diffuse fu quella che a Jona furono chiesti dai nazisti gli elenchi degli iscritti alla comunità ebraica.

Non ci fu reazione allo sterminio, perché non si era compreso. Calimani spiega come la consapevolezza di quanto stava accadendo nell'Italia fascista, nella Germania nazista e nei paesi coinvolti dalla persecuzione agli ebrei non ci fosse. "Non c'erano tv, non c'erano social, non c'era l'informazione di oggi. Chi pensava a una cosa così folle? Non lo sapevano neanche in Germania. Forse lo poteva sapere Churchill, ma non sapeva certo quello che sappiamo oggi. In Italia arrivavano i profughi dell'est che dicevano "sterminano tutti", ma chi poteva dire che fosse vero?". L'unica via era la fuga, ma dove? da chi? "I miei hanno tentato di andare in Svizzera, furono rifiutati, rimasero un anno in Alpago". "Chi veniva portato via non sapeva perché. Più la guerra andava avanti più si diffondevano le notizie e chi le aveva scappava all’estero di corsa. La stragrande maggioranza della gente non sapeva interpretare quel che succedeva" racconta.
"Ancora oggi non capisco perché sia successo, so che è successo. Che senso ha sterminare della gente disgraziata? Traggo la conclusione che per salvare la democrazia bisogna pensarci prima perché se lo fai dopo possono averti già fregato". 
"Con fermezza bisogna opporsi a qualsiasi deriva - spiega ancora - per evitare che non succeda non solo nei confronti degli ebrei, ma nei confronti di tutti i deboli che possono essere sottoposti a violenza".

La celebrazione della giornata della memoria ha perso vigore? "Il messaggio bisogna sì ripeterlo ma renderlo attuale. Se é solo commiserazione perde vigore. Lo sforzo è trasformare il messaggio rituale in qualcosa che si rinnovi e sia un messaggio per la società di oggi. Non basta celebrare ma sulla base di questo occorre dire alle nuove generazioni 'mai più'. Magari non saranno gli ebrei i prossimi".
Sulla deriva odierna, di un nuovo nazifascismo, "E' necessario ridurre livello di aggresssivita della società e rendere le commemorazioni aderenti al tempo presenti" conclude. 

Articolo di Giovedì 23 Gennaio 2020

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