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GIORNATA DELLA MEMORIA

Dai fantasmi del 1944 riemerge la storia del treno numero 64155

Una storia romana poco nota ma non per questo meno drammatica dell’orribile olocausto nazista che coinvolse non solo gli ebrei. A Badia Polesine (Rovigo) una serata per non dimenticare densa di significato

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BADIA POLESINE (RO) – Purtroppo mancavano i giovani ieri sera, in sala Soffiantini, alla serata commemorativa per il “Giorno della memoria” (il prossimo 27 gennaio), curata dall’ISERS (Istituto di Studi e Ricerche Storiche), col Patrocinio del Comune e la partecipazione della Biblioteca Civica "G. G. Bronziero". Buona, invece, è stata l’affluenza delle persone mature consapevoli dell’importanza del ricordo per scongiurare il ripetersi degli orrori passati. L’appuntamento è stato aperto dai saluti istituzionali dell’assessore Valeria Targa che, menzionando l’inopinata aggressione denunciata nei giorni scorsi dalla giovane concittadina cinese “Italiana al 100%”, ha richiamato alla necessità di stigmatizzare i rigurgiti dell’intolleranza razziale. Livio Zerbinati ha invece introdotto Eugenio Iafrate dell'associazione degli ex deportati che, scavando nella sua dimensione privata, ha fatto riemergere dai fantasmi del 1944 una storia romana poco nota ma non per questo meno drammatica dell’orribile olocausto nazista che coinvolse non solo gli ebrei

Era il 4 gennaio di 76 anni fa quando, nel tardo pomeriggio, un convoglio speciale muoveva dalla stazione Tiburtina di Roma per destinazione ignota (in realtà era diretto a Mauthausen), con centinaia di ‘Elementi Indesiderabili’, detenuti nel carcere di Regina Coeli o prelevati nelle proprie case. Si trattava di un “trasporto” quasi tutto italiano: i ferrovieri che lo guidarono erano italiani, così come lo erano le guardie che lo scortavano fin dentro il Campo di Sterminio.

La ricerca di Eugenio Iafrate, è partita dai confusi ricordi famigliari su uno zio deceduto nel campo di concentramento austriaco, assumendo la dimensione del paradigma di quel calvario che ha segnato l’esistenza di migliaia di deportati italiani. La deportazione razziale e politica, nelle varie declinazioni con cui i nazifascisti classificavano coloro che erano definiti “indesiderabili”, era resa possibile anche grazie una vasta rete più o meno consapevole di complicità, in un mix di zelo e indifferenza, che permetteva alla macchina repressiva burocratica e poliziesca di funzionare. Tutto questo era, almeno in parte, funzionale alla necessità di procurare manodopera gratuita allo sforzo bellico tedesco.

In quel convoglio numero 64155 c’erano i rastrellati tra gli “elementi indesiderabili”: renitenti alla leva, soldati sbandati che dopo l’8 settembre non avevano aderito alla Repubblica Sociale, 12 ebrei, un pacifista francese, un irredentista croato e circa 72 antifascisti di varia provenienza come anarchici, comunisti (fra i quali Filippo D’Agostino uno dei fondatori del partito), socialisti, repubblicani, liberali. Il più giovane aveva solo 14 anni il più anziano 68. Alcuni fortunatamente scapparono alla fermata di San Giovanni in Persiceto, qualcun altro al Brennero. All’alba del decimo giorno, dopo una sosta a Dachau, approdarono a Mauthausen in 257, solo 59 riuscirono a vedere l’alba della liberazione nel maggio 1945 e non tutti riusciranno a tornare in patria. Molti di loro morirono di fame e di stenti dopo mesi d’inaudite sofferenze.

Per molto tempo non affiorarono notizie o documenti e di quella “storia minima” (perché storia di gente comune) se ne seppe poco, anzi i sopravissuti la rimossero quasi a vergognarsi di non essere morti. Il merito di Eugenio Iafrate è stato, dunque, quello di aver ricostruito quelle vicende cruciali che narrano dell’orrore in cui precipitarono con lo zio Valrigo, tante vite innocenti. 

Raccogliendo notizie dai passaparola e da alcuni biglietti destinati alle famiglie, passati di mano in mano in cambio di qualche tessera annonaria agli agenti che li scortavano, di qualche regalia e di qualche spicciolo, Iafrate ha riacceso una luce su quel lungo triste tragitto proponendolo come pagina di un passato che ancora ci interroga.  Proprio sullo sfondo di questa meritoria ricostruzione va letto anche l’elenco finale dei deportati.

Qualcuno dal pubblico ha chiesto come sia possibile il persistere del negazionismo. La sua risposta è stata: “L’ignoranza ma anche l'uso spregiudicato e ideologizzato della storia per fini politici portano allo sdoganamento delle ideologie nazi/fasciste”. L’antidoto proposto per non ritrovarsi a commettere gli stessi errori resta quello d’insegnare che la libertà è fondamentale ma ha bisogno della memoria. “La memoria rende liberi!” è lo slogan adottato da Iafrate, per questo sarebbe utile ripristinare nei programmi scolastici lo studio della storia contemporanea, per questo sono importanti i viaggi organizzati con le scolaresche a visitare i campi di concentramento.

Ugo Mariano Brasioli

Articolo di Venerdì 24 Gennaio 2020

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