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PENSIERI & PAROLE

Cent’anni in Polesine: la Spagnola, la seconda guerra mondiale, l’alluvione e il Coronavirus

La saga di una famiglia polesana dal ‘900 in poi. La narrazione di Giuliano Passarotto 

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Succede a:
Il riconoscimento di prigionia di Antonio Passarotto
Foto di gruppo partecipante alle prime marcelonghe di Ceregnano, Gavello e Villadose (anni ‘70)
Gruppo della famiglia Passarotto del 1966
Antonio Passarotto alla fine della guerra, 1947
A destra Antonio Passarotto con le macchine agricole, primi anni ‘30
Il nonno di Giuliano Passarotto

Ho 68 anni, mia madre era sfollata per l’alluvione del ‘51 e per poco non nascevo sulle montagne del Cadore. Non ho vissuto le tragedie della mia terra dei primi 51 anni del ‘900.
Affrontiamo con serenità questo momento per il rispetto che dobbiamo a chi prima di noi ha tanto lottato e sofferto per renderci la vita migliore.

IL CORONAVIRUS
Io resto a casa. Nessuna deroga, neanche per la spesa settimanale alla quale ci pensa mia moglie. In pensione da qualche anno, possiamo goderci un po’ di libertà che prima, impegnati per tanti anni nel lavoro, non avevamo.
Mi piace approfondire senza particolari aspettative la nostra storia, e la sanità che ci tocca profondamente, particolarmente ora che siamo sulla via della vecchiaia (a 65 anni si entra nella categoria anziani e si può ambire ad un posto in casa di riposo).  
In questi anni in cui è stato eliminato l’analfabetismo e tutti possiamo accedere a tutte le informazioni possibili, mi accorgo con sommo dispiacere che, spesso, qualsiasi notizia viene letta, poco approfondita, ma molto usata faziosamente a seconda delle proprie precedenti opinioni.
Molte delle mie precedenti uscite erano collegate ai miei interessi culturali, oltre ad incontri saltuari al bar del paese e a qualche partita a carte. 
Abito in campagna. 
Oggi è una fortuna perché si può passeggiare senza incontrare anima viva

Stare a casa non mi pesa: leggo, studio e faccio i lavoretti che prima tralasciavo per pigrizia. Sempre ascoltando la radio che è la mia grande compagnia.
Ho una cantina ben fornita in una casa piuttosto grande e funzionale. 
Negli ultimi anni ho invitato tanti della città ma per loro è più semplice andare in vacanza in Sudafrica che “scendere” verso la campagna. Nessuno, fino a ieri aveva tempo.
Che società abbiamo costruito in questi ultimi cinquant’anni?
E cosa era successo prima?
Vi voglio dare uno spaccato della mia famiglia, come esempio delle vicissitudini affrontate dalla maggior parte degli italiani in quegli anni.

LA SPAGNOLA DEL 1918
La mia nonna materna, Marietta, morì di Spagnola, pandemia influenzale sorella del Coronavirus, il 18 ottobre del ‘18, aveva 29 anni. 
Mia madre era nata l’anno prima. 
Erano diverse famiglie di fratelli che vivevano insieme e che coltivavano la terra in una località, i Dossi, a Gavello, nel Polesine dove furono trovate tracce di insediamenti abitativi dell’età del Bronzo e di epoca romana. 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Mio padre Antonio, terzo di cinque fratelli, oltre ad altrettanti morti in tenera età, viene dichiarato in congedo illimitato a luglio del 1932, all’età di vent’anni.
Era uno dei pochi che in quegli anni lavorava con le prime macchine agricole nelle campagne. In particolare le prime trebbiatrici per il frumento e gli sgranatoi per il mais.
Richiamato a dicembre dello stesso anno non ha il grado di istruzione richiesto per il ruolo che gli vogliono assegnare. Allora con lezioni serali riesce ad ottenere la licenza elementare. 

Viene successivamente assegnato al centro automobilistico di Milano, svolgendo il compito di autista di un’auto di servizio del corpo ufficiali. Nel 1939 muore di malattia Piero, uno dei due fratelli di maggiore età. Dal 27 maggio ’40 Antonio è in zone operative della seconda guerra mondiale. Un anno dopo è in Albania. Il 29 settembre 1943 viene catturato prigioniero delle truppe Tedesche in Montenegro. Il 30 luglio 1945 torna dalla prigionia e viene collocato in congedo illimitato dal 17 aprile 1945. 

Poco mesi prima del suo ritorno a casa, il 24 aprile, nell’eccidio delle Previere di Ceregnano, la località dove ci sono la casa e le terre di famiglia, per rappresaglia, i tedeschi uccidono 21 uomini presi a caso nella zona. Uno di questi è suo fratello minore, Giuseppe, 20 anni, la cui fidanzata era incinta. La figlia che nascerà dopo qualche mese si chiamerà, e si chiama, Giuseppina.

E’ ovvio che Antonio trovò difficoltà e grossi problemi, come tantissimi, per rientrare nell’ambito di una qualsiasi attività lavorativa dopo una guerra e 13 anni di servizio militare. 
Ad onor del vero molto meglio si erano trovati coloro che avevano aderito alla Repubblica Sociale e che potevano godere dell’appoggio di un qualche ex camerata, in servizio negli uffici di collocamento. 

Gli fu concesso: la Croce al Merito di Guerra per internamento in Germania, ed essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza è autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore per i patrioti Volontari della Libertà. 
Si comprò un camion e fece l’attività di trasporto per terzi.

L’ALLUVIONE DEL ’51
Dopo pochi anni arrivò l’alluvione e per molta parte del Polesine fu, almeno economicamente, un evento peggiore della guerra. 
Chi rimase dovette riinventarsi un’altra volta un lavoro, un’attività. Chi emigrò non tornò indietro che qualche volta nelle prime estati. Prima in treno, poi con le prime utilitarie, talvolta prese a noleggio, con l’orgoglio malcelato di aver fatto fortuna. Li chiamavamo i buggianè.

Dopo l’alluvione sono nato io, secondo di tre fratelli. 
Faccio parte della generazione dei più fortunati. Niente guerre. Niente tragedie tipo alluvioni o terremoti.

GLI ANNI DI PIOMBO
I tempi più bui, stranamente, per noi, furono anche i più belli: dalla fine degli anni ‘60 ai primi anni ‘80 si respirava l’aria del progresso, del lavoro, dell’auto per tutti, dell’ottimismo (come ragioniere vinsi tre concorsi, due in ferrovia, uno all’Inps, ma andai a lavorare in manicomio, chiamato dalla Provincia). 
Furono, invece, bui perché assistemmo, senza capirne le ragioni più profonde, alle stragi fasciste e agli innumerevoli attentati terroristici dei gruppi dell’estrema sinistra che squassavano i rappresentanti più in vista della nostra società civile.

LE MALATTIE INCURABILI
E i miei, che come tutte le generazioni prima della mia, hanno dovuto fare sempre tanti sacrifici.
Mia madre in seconda elementare non potè più andare a scuola per assistere Primo, il primo di quattro fratelli nati dal secondo matrimonio di mio nonno, perché colpito dalla poliomielite. 
Attese per tanti anni l’eventuale ritorno di mio padre dal servizio militare e si sposò. Nei primi anni sessanta si ammalò di un tumore al seno e, come succede talvolta anche oggi, ne morì qualche anno dopo.
Mio padre Antonio, invece, visse qualche anno in più ma non riuscì a godersi la pensione per l’avvento di un male incurabile.

IL CORONAVIRUS
Oggi, almeno, nel nostro Polesine, la situazione è meno drammatica delle province vicine. Solo Ferrara se la sta cavando e qualcuno pensa che il sangue, particolare (e un po’ malato) presente in buona parte della popolazione, derivante dalla resistenza fisica in terra malarica, ci stia aiutando.
Ci sono state alcune vittime del virus e, in quelle famiglie, hanno lasciato un vuoto incolmabile.

Per la maggior parte delle famiglie è solo un periodo di isolamento e si potrebbe approfittarne per fermarsi, e pensare al domani, quando dovremo ricostruire un mondo, spero diverso da quello di prima.   
Secondo l’assioma di Cyrulnik, la risposta alla catastrofe non consiste nel ristabilire l’ordine precedente, ma nel crearne uno che prima non c’era. Ogni guerra, contro nemici visibili o invisibili, produce solidarietà. E fabbrica i suoi eroi, in questa i medici e gli infermieri. 

Che la storia insegna: possono essere stati sconfitti gli eserciti, ma poi hanno vinto i commandos della resistenza.   
La catastrofe è la regola dell’evoluzione. Il trauma è riparabile, ma non reversibile: la rottura è una fluttuazione, obbliga i sistemi alla creatività. Dal disordine alla fertilità: il caos inventa continuamente vite incredibili.  
Cyrulnik venne lasciato in affidamento dai genitori ebrei che andarono a morire nei lager. Si salvò da un rastrellamento in sinagoga nascondendosi in bagno. Venne cresciuto da una donna misericordiosa sotto falso nome. 
Se alla fine della guerra, seppellendo il dolore, quel ragazzino pensò: “E adesso a andiamo a reinventarci la vita” vale la pena seguirlo.

Giuliano Passarotto

 

La narrazione è di Giuliano Passarotto, 68 anni, ragioniere, laurea in scienze politiche a Padova, indirizzo storico, 42 anni e mezzo di lavoro in sanità (Ospedale psichiatrico, Consorzi socio sanitari, Ulss 30, Azienda Ulss 18). 

Dirigente amministrativo dal 1983, gli ultimi 9 anni prima della pensione anche direttore di dipartimento. In pensione da quasi 5 anni, ha fatto, lo "storico" nelle aperture domenicali dell'ospedale psichiatrico di Granzette e parla spesso di Sanità (anziani, medici di base, carenza medici, schede ospedaliere, ticket, Lea ecc) all'Università Popolare.

 

 

   

Articolo di Mercoledì 8 Aprile 2020

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