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SANITA' REGIONE VENETO

Morire in casa di riposo da non autosufficiente è come morire in ospedale

Il Comitato Polesite per l'art. 32 sottolinea come se il Veneto si è ritrovato in una situazione migliore rispetto ad altre realtà lo deve sicuramente più a chi si è opposto alla pianificazione regionale che a chi in Regione ha amministrato

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ROVIGO - Cristiano Pavarin e Vanni Destro in rappresentanza del Comitato per al'articolo 32 in Polesine ricordano che le Rsa (residenze sanitarie assistenziali) sono strutture accreditate nel sistema socio sanitario della Regione di cui sono, a tutti gli effetti, parte integrante.

"Come riportato nel vigente Piano socio sanitario regionale, il sistema socio sanitario è la risposta primaria alla cronicità, tanto da essere definito all'interno dello stesso Piano come il pilastro portante del sistema sanitario regionale.

Va ricordato che le persone ospitate presso le strutture accreditate sono state certificate nella condizione di non autosufficienza con una valutazione che tiene principalmente conto della situazione sanitària.
È evidente come questo tipo di persone siano presi in carico dal servizio sanitario nazionale attraverso le Ulss, precisamente dal dipartimento che si occupa della non autosufficienza.

In questo periodo di emergenza Covid-19, le Ulss venete, su indicazione dell'assessore alla sanità Manuela Lanzarin, hanno predisposto un piano che prevede il mantenimento nelle strutture per gli anziani non autosufficienti o disabili in regime di isolamento, presi in carico dal medico competente, non dopo sopralluoghi e interventi di apposita formazione del personale nel merito delle necessarie procedure.

Va sottolineato, per inciso, che gli Oss, gli infermieri e tutte gli operatori hanno saputo dimostrare grande professionalità in questo momento difficile, professionalità che va sommata ad una grande umanità nello svolgere le proprie mansioni e, spesso, superendole.
I numerosi decessi occorsi all'interno di queste strutture  sono di fatto avvenuti in ambiente socio sanitario e quindi assolutamente assimilabili e riconducibili a quelli avvenuti in ambiente strettamente sanitario.

Nonostante questo chiarissimo aspetto corre l'obbligo di ricordare che ancora ci sono persone costrette a pagare rette fino a 98 euro al giorno proprio perché la Regione, nonostante la competenza istituzionale e addirittura costituzionale, non paga le dovute quote sanitarie.
Anche diverse sentenze in ogni sede e a qualsiasi livello di tribunale hanno più volte ribadito questo obbligo da parte delle Regioni.
Non vorremmo che la distinzione tra morti servisse pure a diversificare i vivi a fronte degli impegni obbligatori della Regione.

Tornando agli anziani ospiti delle case di riposo colpiti dal contagio, forse un giorno qualcuno chiarirà se fosse giusto lasciarli in quel contesto con i rischi annessi e connessi.
E qui si torna sempre alla sanità pubblica e allo scempio che ne è stato fatto negli ultimi decenni segnati dalla regionalizzazione, dalla privatizzazione e da tagli.
E se il Veneto si è ritrovato in una situazione migliore rispetto ad altre realtà lo deve sicuramente più a chi si è opposto alla pianificazione regionale che a chi in Regione ha amministrato.

La Lombardia era dietro l'angolo ed è stata, in parte, respinta, ma non si deve abbassare la guardia".




 
Articolo di Giovedì 30 Aprile 2020

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