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PENSIERI & PAROLE

I poveri sono sempre i più colpiti. Viaggio virtuale nella crisi da Coronavirus

La pandemia ha permesso di ricordare che le categorie sociali sono diverse. Giuliano Passarotto ricorda le disuguaglianze messe in evidenza

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ROVIGO - Non siamo tutti uguali di fronte al Coronavirus. Il rischio di contagio è stato progressivamente più alto per alcune professioni e condizioni di vita che espongono più alcuni di altri. Riguarda, ovviamente, le professioni sanitarie che hanno pagato il prezzo più alto di morti da Coronavirus, ma riguarda anche tutto quel personale che ci ha fatto arrivare fino ad oggi, superando in tranquillità il periodo più serio degli ultimi decenni, quali le cassiere, gli addetti alle pulizie sia negli ospedali che nelle strade, la raccolta dei rifiuti, i camionisti, gli operai e gli impiegati, tutti coloro, con attività considerate non di grande pregio e pagate al minimo sindacale, che nelle settimane dell’isolamento sono stati un presidio insostituibile. 

Siamo stati diversi di fronte all’esperienza del “restiamo in casa”, non solo perché qualcuno la casa non ce l’ha, ma anche perché “casa” a seconda delle condizioni economiche si vive in modi talvolta opposti: c’è chi ha potuto dal primo giorno fare footing o girare in bicicletta sul proprio parco e per qualcuno ha avuto il significato di vivere stretti, talvolta in situazioni particolarmente precarie.
Lo “stare in casa” poteva essere una costrizione insopportabile per 4 bambini e ragazzi su dieci, vissuta in abitazioni sovraffollate, con disagi che spesso si sommano ad altri. E nel nostro egocentrismo lamentoso, abbiamo mai pensato alle famiglie dei quasi 300mila bambini con disabilità, talvolta non particolarmente gravi, ma che avevano la necessità di essere seguiti  a scuola – quando c’è - ma essere – sempre - seguiti da bravi specialisti riabilitativi e che invece – in assenza - stanno fisicamente e psicologicamente regredendo in questo infausto periodo? E sovraccaricare le loro famiglie che già vivono con difficoltà in tempi normali. E pensare che già prima del virus queste famiglie avevano dovuto imparare l’arte di arrangiarsi poiché  in molti casi, e a causa anche della carenza di medici con responsabilità diversificate che sarebbe interessante approfondire, in tanti servizi territoriali non venivano sostituite le gravidanze e i pensionamenti dei medici e del personale paramedico che doveva seguirli. E pensare che sono “attenzioni” nate con il Servizio Sanitario Nazionale, voluti con forza nel momento in cui la sanità italiana era diventata la più evoluta al mondo, e che funzionavano egregiamente già alla fine degli anni ‘70!

Uguaglianza non esiste neppure di fronte alla perdita di reddito e al rischio di povertà provocati dalla chiusura di attività, di tutte quelle collegate al turismo interno ed estero, quali alberghi, ristoranti, bar, agli operatori dello spettacolo in tutte le molteplici forme. Qui le disuguaglianze sono molteplici.
Qui a Rovigo, per fare un esempio, mi sono venuti in mente i lavoratori delle uniche sale cinema che, incolpevolmente, erano andate bruciate un paio di anni prima e che, dopo due mesi dalla parziale riapertura, si sono trovati a casa per questa improvvisa catastrofe sanitario-economica.

I più a rischio sono i giovani, vuoi perché avevano più spesso contratti temporanei o precari, vuoi perché stavano per entrare nel mercato del lavoro quando tutto si è chiuso. E chi lavora a chiamata gode della cassa integrazione?
E quando sarà richiamato? E chi stava facendo uno stage o un tirocinio che ha visto bloccarsi questo impegno propedeutico ad una successiva attività lavorativa, non sapendo quali saranno i tempi del ritorno ad una quasi normalità?
La stessa cosa si era vista nella lunga crisi finanziaria iniziata nel 2008 e che si era non ancora conclusa: sono state le generazioni dei più giovani ad essere massacrate e quelle che porteranno più a lungo le ferite, non solo economiche. Una generazione che ha avuto, generalmente, molte difficoltà nel poter accedere ad una vita che era normale fino a qualche anno prima: lavoro, casa, coniuge – compagno/a – figli.
Ed è sicuramente più difficile il rientro al lavoro delle donne che degli uomini, perché l’apertura dei servizi, spesso, si riferisce a settori dove sono i maschi a prevalere e perché la chiusura delle attività educative e dei servizi sociali mette molte donne di fronte alla scelta: lavoro fuori casa, mangiandosi buona parte del salario per pagare qualcuno che accudisca i figli o rimanere a casa a fare una vita particolarmente grama?

Ma sono anche più a rischio molti lavoratori autonomi rispetto ai lavoratori dipendenti di ruolo e, tra questi, più quelli nel settore privato che nel pubblico.
E chi lavorava solo nell’economia informale, non per vocazione all’evasione fiscale, ma per mancanza di alternative? L’isolamento totale ha allargato le  disuguaglianze e ne ha aggiunte di nuove come conseguenza di scelte pubbliche per fronteggiare la pandemia. Si assiste a un forte aumento della povertà assoluta — quella che dopo aver mangiato non sai se e quando potrai farlo la prossima volta   — e le caratteristiche dei “nuovi poveri” denunciate da tutte le associazioni che seguono la criticità del fenomeno, mostrano quanto incidano queste molteplici disuguaglianze.

Siamo si usciti malconci dalla crisi del 2008 ma la lezione non ci è servita. Anzi siamo sempre stati attratti da coloro che promettono,  con i soldi che non abbiamo, e con un debito pubblico esagerato,  di risolvere il nostro problema personale, senza tener conto della sostenibilità complessiva, e, in taluni casi, senza i dovuti controlli su la sussistenza del diritto.  Molto personale sanitario e non, è stato invogliato ad andarsene, sapendo poi, che in strutture pubbliche o private sarebbe stato, in buona parte, riassunto, con una doppia o tripla spesa per le finanze pubbliche. Ma quanto siamo fessi!

Invece di attrezzarsi al meglio per affrontare il futuro e gli imprevisti, questa volta determinati da un esserino invisibile che ha miliardi di anni più del misero genere umano, e che ha colpito nel momento in cui questo credeva, ormai, di essere invincibile, siamo stati inermi ed impreparati. Anzi, l’idea che vigeva sovrana nell’anno domini 2019, era di sbaraccare la sanità pubblica, con costi sempre più elevati e giungendo, poi, con la massima impreparazione ad affrontare l’epidemia. Se riusciremo a uscirne – anche se con le ossa rotte - dovremmo cambiare testa e sistema. Ma non sarà così. Ogni momento, ogni pseudo scandalo ci dice che, invece, se stiamo cambiando è in peggio. Il debito pubblico che avremo a fine 2020 è analogo solo agli 1919-20, usciti dalla prima guerra mondiale.
Siamo messi molto, molto male ma qualche volta ricordiamoci, anche, chi sta peggio di noi, da sempre.
Personalmente ho vissuto, talvolta, momenti e paure molto intense. Quando non ce la facevo più, esasperato da condizioni lavorative senza alternative, entravo in ospedale per salutare amici, colleghi medici e non della sanità, e conoscenti per dare, in qualche caso una parola di conforto. Nei reparti più seri, vedevo chi era molto meno fortunato di me. Talvolta anche molto più giovane e con prospettive di vita molto limitate. Quando uscivo avevo la certezza che i miei problemi erano poco o niente a confronto di quelli di tante altre persone meno fortunate.

Immersi ora in questo caos perché non diamo un’occhiata ai paesi più poveri al mondo, dove vivono, sempre, con un dollaro o due al giorno.
 1 - Repubblica Democratica del Congo, PIL $ 348.00.
 2 - Zimbabwe, PIL $ 456.00.
 3 - Liberia, PIL $ 487.00.
 4 - Nigeria, PIL $ 600.00.
 5 - Burundi,  PIL $ 615.00.
 6 - Repubblica Centrafricana, PIL $ 768.00.
 7 - Eritrea, PIL $ 777.00.
 8 - Sierra Leone, PIL $ 849.00.

Porto un’esperienza personale. Da qualche anno ci troviamo in estate a una cena, senza troppe formalità ma di sostanza per raccogliere fondi per un mio omonimo, Padre Albino, missionario da 50 anni in Madagascar del sud. Probabilmente ai primi del ‘800 avevamo lo stesso trisnonno. Ci racconta che riescono a dare l’istruzione di base a un migliaio di adolescenti, poichè da quelle parti la scuola non è un diritto: è un optional. E anche un po’ da mangiare. Bene. Con la modica somma di 7 (sette) euro, riescono ad offrire a tutti questi bambini una banana.
Non ci rendiamo conto di quanto siamo stati e siamo fortunati ad essere nati nel posto giusto. E spesso senza particolari meriti.

Giuliano Passarotto 

 

 

 

 

 

 

 


 

Articolo di Martedì 26 Maggio 2020

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