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FOTOGRAFO CASTELNOVO BARIANO

Germano Sproccati: il fotografo naturalista di Castelnovo Bariano

Una vita di lavoro e passione per questo signore classe '40, che continua ad aver la passione per questo bellissima arte che è la fotografia (Rovigo)

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Articolo di Venerdì 19 Febbraio 2021
CASTELNOVO BARIANO (Rovigo) - Germano Sprocatti, classe 1940, è famoso come fotografo naturalista, oltre che responsabile altopolesano Lipu sempre in prima linea come ambientalista. Abita da anni in campagna a Castelnovo Bariano in una piccola oasi ecologica da lui stesso voluta. Vanta molti lavori cine-video. mostre, pubblicazioni, docenze, premi. Qui ci interessa ricostruire la sua carriera come virtuoso della fotografia.

Come hai scoperto l'arte fotografica?
"Nel 1960 ero militare di leva a Pisa come parà presso la divisione Folgore e con le deche iniziali acquistai il primo apparecchio fotografico, una Comet Terza del costo di tremila lire, cominciando a scattare in bianco e nero, così per tutta la vita! Tramite il primo vero stipendio sempre a Pisa mi permisi un'Agfa Supersilette semiprofessionale, cominciando a fare foto in caserma. Quando mi lanciavo con il paracadute fermavo sulla pellicola i lanci, singoli o in gruppo, foto assai apprezzate, i primi guadagni da fotografo".

Parlaci del primo ritorno alla vita civile.
"Congedatomi, nel 1962 per un anno lavorai presso l'azienda agricola di famiglia a Ceneselli (località Zelo), denominata Corte Bardellona. Sentivo, però, che quella non poteva essere la mia vita! La passione fotografica urgeva tanto da iscrivermi ad un corso per corrispondenza di fotografia, ottenendo, poi un diploma specifico. L'occasione propizia arrivò presto quando rilevai a Castelmassa lo studio fotografico Ghirelli in piazza Libertà, chiuso per crisi. Ottenuta la prima licenza fotografica nel 1964, mi dedicai a tempo pieno alla professione, da qui il salto di qualità: fotografo professionista per eventi vari e testimone del territorio altopolesano tramite lo scatto impresso nella pellicola".

"Per lavoro facevo il pendolare per 40 km giornalieri da casa allo studio massese e ciò mi permetteva di osservare strade, case, cose, campagna, animali, persone, mestieri... Studiavo il vario tessuto sociale e naturale della civiltà contadina al tramonto, fotografandola nei minimi particolari. Venticinquenne cominciai a collaborare come fotogiornalista alla redazione rodigina del Gazzettino. A me piaceva disegnare ma in un giorno puoi fare pochi disegni. Al contrario la macchina fotografica può impressionare sul rullino tanti più scatti, cosicché i particolari possono essere assai numerosi. L'arte fotografica dà il gusto della narrazione, dei particolari, di storie studiate prima del fatidico clic e narrate in bianco e nero"

Il 1968 fu rivoluzionario anche per la fotografia.
"Certo io crebbi professionalmente in quell'epoca straordinaria! Non era necessario che girassi il mondo come fotogiornalista, mi bastava studiare la realtà altopolesana in cui vivevo, la piccola grande storia della civiltà contadina, che ha tratti comuni in tutto il mondo. Vivevo due dimensioni: quella professionale in studio; l'altra il racconto per immagini del lavoro dei campi con i suoi riti ancestrali. Essenziale ovviamente l'evoluzione tecnica. All'esordio massese nel 1964 usavo un paio di macchine: due Rolley 6 X 6 (o 120),
insieme ad una da studio a lastre per fototessere e ritratti. Nel 1966 passai alla Minolta 35 mm. con obiettivo assai luminoso, avendo, ormai, esigenze nuove, pellicole fotosensibili per lavorare anche con poca luce".

"Certo la Minolta aveva un prezzo esoso ma permetteva di scattare ognitempo. Seguii la rivoluzione sessantottesca di Henri Cartier-Bresson (1908-2004), pioniere del fotogiornalismo denominato occhio del secolo, profeta dello scatto decisivo in fotografia. Cominciai ad esaltare il racconto fotografico, la caccia fotografica naturale, senza posa, il realismo nel rullino".

Sino al pensionamento nel 2007 Germano Sprocatti ha lavorato come Giano bifronte in due dimensioni complementari, lo studio a Castelmassa e il racconto fotografico del mondo in cui è vissuto e vive, ciò solo ed esclusivamente in bianco e nero. I rullini erano a 6, 12 (pellicola da 120) e 36 (35 mm.) scatti. Il problema era come esaurire un rullino. Allora Germano Sprocatti usciva a caccia di soggetti e completava la pellicola: normalmente il 12 per le foto riflessive, il 36 per la velocità; strategici gli obiettivi dal grand'angolo al
teleobiettivo.

Come hai vissuto e vivi da fotografo la rivoluzione digitale?
"La rivoluzione digitale attorno al 2000 ha radicalmente cambiato fotografia e fotografo. Non ho abbandonato il rullino ma l'ho alternato al digitale dopo il 2003. Per me, virtuoso della pellicola e della camera oscura, il sistema tradizionale a rullino è più preciso in base a regole fisse. La pellicola si connota per sviluppo in acido, controllo del negativo, stampa, eliminando le poche inadatte. Il negativo è l'originale, si conserva e si utilizza sempre. Con il digitale da smartphone c'è meno arte, più confusione, lo scatto è facile,
tanti sono inutili, poi l'archiviazione elettronica per una durata non grande. Diciamo che la digitalizzazione di massa ha svilito l'arte fotografica, tutti oggi si considerano maestri di fotografia ma è solo banale qualunquismo. Un paragone calzante: foto a rullino e in digitale sono simili a quello tra giornale cartaceo e social. Oggi trionfa il cellulare macchina fotografica, il file da scaricare nel pc, sparito il rullino, eliminata la camera oscura. Cambiata totalmente la figura del fotografo tradizionale, adesso va per la maggiore il
fotografo digitale specializzato". 
Articolo di Venerdì 19 Febbraio 2021

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