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11 SETTEMBRE

Attentato alle torri gemelle del World Trade Center: 20 anni passati invano

Una riflessione socio politica circostanziata di Emanuele Ulisse dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 quando due arei di linea si schiantarono, facendole collassare, contro le due torri gemelle del "Centro del commercio mondiale" a New York City

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Articolo di Martedì 14 Settembre 2021
ROVIGO - L'11 settembre 2001, per una serie di quattro attacchi suicidi coordinati compiuti contro obiettivi civili e militari degli Stati Uniti d'America da un gruppo di terroristi appartenenti all'organizzazione terroristica al Qaida, rappresenta nell'opinione pubblica il più grave attentato terroristico dell'età contemporanea.
Gli attacchi causarono la morte di 2.977 persone (più 19 dirottatori) e il ferimento di oltre 6.000. Negli anni successivi si verificarono ulteriori decessi a causa di tumori e malattie respiratorie legate alle conseguenze degli attacchi.

La mattina di martedì 11 settembre 2001 quattro aerei di linea della United Airlines e della American Airlines furono dirottati da diciannove terroristi appartenenti ad al Qaida. Due aerei furono fatti schiantare contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center, nel quartiere della Lower Manhattan di New York. Nel giro di 1 ora e 42 minuti entrambe le torri crollarono. I detriti e gli incendi causarono poi il crollo parziale o totale di tutti gli altri edifici del complesso del World Trade Center. Un terzo aereo fu fatto schiantare contro il Pentagono in Virginia. Un quarto aereo venne fatto inizialmente dirigere verso Washington con obiettivo la Casa Bianca, ma precipitò successivamente in un campo a seguito di una eroica rivolta dei passeggeri.

Il Congresso degli Stati Uniti d'America approvò il Patriot Act aprendo la stagione della “guerra al terrorismo” e attaccando l'Afghanistan al fine di deporre il regime dei Talebani, neutralizzare al-Qaida e catturare o uccidere il suo leader Osama bin Laden, mentre altri Paesi rafforzarono le proprie legislazioni in materia di terrorismo e rafforzarono le misure di sicurezza interna.

Di seguito la riflessione di Emanuele Ulisse, impegnato in politica nel Partito democratico, collaboratore esterno dell'amministrazione comunale di Occhiobello,

L’11 settembre 2001 l’Occidente parve svegliarsi sorpreso di fronte alle terribili immagini delle Torri gemelle colpite da un attentato islamista: aveva creduto alla favola della “fine della Storia”
(secondo l’infelice titolo del famoso saggio del politologo americano Fukuyama) perché aveva voluto convincersi che decenni di sviluppo scientifico e tecnologico e di secolarizzazione culturale nell’ambito della civiltà cristiana, nel pieno dell’ espansione della globalizzazione formulata come reazione alla fine delle ideologie e come conseguenza del venir meno delle barriere doganali seguite al crollo del blocco comunista, avrebbero convinto l’Uomo a divenire qualcosa d’altro da ciò che per millenni era stato, pretendendo di bypassare ogni tratto antropologico determinatosi nel corso della Storia e riducendolo a un mero ingranaggio di un inarrestabile processo economicista.

Eppure, nei 10 anni trascorsi tra la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’attacco alle Twin Towers, molti avvenimenti avrebbero dovuto far aprire gli occhi ai governi e ai gruppi dirigenti, agli intellettuali e alle autorità religiose occidentali rispetto a quanto avveniva nel mondo islamico: dal conflitto nella ex Jugoslavia che vide i musulmani di Bosnia e Kosovo rivendicare con le armi le proprie velleità territoriali al conflitto nel Caucaso che portò ceceni ed azeri ad aggredire i cristiani di Georgia e Armenia, dal riemergere dell’identitarismo musulmano nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale confortate dalla vittoria talebana in Afghanistan alla crescente tensione tra la mezzaluna pakistana sponsor dei talebani e la democratica India, per arrivare dall’altra parte del Mediterraneo (quello che sarebbe Mare Nostrum, ma pare che l’Italia della Seconda - e non parliam della Terza per carità di Patria - Repubblica non ne abbia più consapevolezza, del resto con ministri degli esteri come D’Alema, Frattini, Di Maio non ci si poteva aspettare che il nulla) alla sanguinosa guerra civile scatenata dai Fratelli Musulmani che sconvolse per tutti gli anni ’90 l’Algeria.

Dopo l’11 settembre la NATO è stata impegnata in due guerre in Afghanistan e Iraq che se hanno ottenuto un prevedibile successo militare non hanno minimamente risolto la questione della sicurezza dell’Occidente, difatti oltre che a destabilizzare l’intera area mediorientale (la caduta di Gheddafi e il collasso strutturale che da anni vive la Siria con tutto ciò che ha comportato in termini di migrazioni insostenibili sulle nostre coste, le crisi in Egitto e Tunisia causate dall’emergere di estremismi tenuti a bada per il momento solo da governi autoritari, la Turchia di Erdogan che ha rialzato la cresta come mai dopo l’assedio fallito di Vienna del diciassettesimo secolo ed oggi ricatta l’Europa accarezzando sogni antichi e mai sopiti da califfato ottomano, l’aumento della sfera d’influenza della pericolosa monarchia wahabita saudita con cui indecentemente l’Occidente ha imponenti relazioni finanziarie parallele ) ha provocato una escalation di attentati islamici in Europa, da quelli clamorosi delle metropolitane di Londra e Madrid o a Parigi e Nizza, ai tanti, reiterati e costanti episodi solitari di accoltellamenti mirati a sacerdoti, professori, poliziotti in Francia, Belgio, Svezia, Germania.

Eppure ancora oggi, mentre qui si celebrano retoricamente gli anniversari degli attentati e nello stesso momento in cui scrivo in Nagorno Karabakh gli armeni cristiani devono abbandonare le proprie case incalzati dai musulmani azeri e a Costantinopoli Erdogan sfregia con ghigno soddisfatto la Cattedrale di Santa Sofia per la preghiera musulmana del venerdì nell’imbarazzante silenzio delle cancellerie europee e del Vaticano, l’Occidente non ha capito che quella mediaticamente esplosa 20 anni fa è una guerra di civiltà che viene da lontano, che a lungo proseguirà e che non si risolverà certo con l’esclusivo uso delle armi né tantomeno con sterili appelli ricolmi di frasi fatte.

L’approccio della politica italiana ed europea appare divisa tra la cinica rassegnazione nell’attesa di rinviare i nodi al pettine e la completa assenza di consapevolezza, e in questo panorama destra e sinistra si approcciano specularmente strabiche e inefficaci.
Le destre cavalcano le giustificate paure (senza saper offrire soluzioni efficaci, lo abbiamo visto nei lunghi anni in cui hanno governato in Italia come altrove, da Fini e Bossi qui a Sarkozy in Francia o Aznar e Rajoy in Spagna), la naturale diffidenza nei confronti del “diverso”, con un costante ammiccamento alla xenofobia che tende a derubricare la questione di fondo a problema di ordine pubblico nell’immigrato in generale, spesso facendo leva sulla diversità del colore della pelle o delle abitudini quotidiane, senza saper fare distinzioni tra le culture religiose di appartenenza, o saper distinguere tra sunniti e sciiti, o all’interno della comunità sunnita (che è quella in cui è sorta e prospera la cultura jiadista, da Al Quaida all Isis, dai Fratelli Musulmani ai talebani), in un calderone in cui inevitabilmente finiscono tutti gli stranieri, dal pizzaiolo marocchino alla badante moldava, dall’operaio senegalese al barista cinese, e in cui sguazza mimetizzato e indisturbato l’humus del comunitarismo islamico, quello in cui attorno a noi e alle nostre case le povere Saman vengono uccise dalla famiglia per aver voluto provare a vivere libere.
Le sinistre, d’altro canto, da quelle socialiste alla Hollande a quelle liberali alla Macron (in Italia sintetizzate dal nuovo segretario del PD Letta che a Parigi non a caso ha vissuto gli ultimi 7 anni) sono spesso culturalmente incapaci (essendo intrise di paradossali sensi di colpa dell’ essere occidentali, in alcuni casi per motivi storico politici come molti ex comunisti, in altri per sensibilità cattoliche di base come i post DC confluiti nel PD) di andare oltre l’analisi sociologica dei fenomeni sociali rifiutandosi concettualmente di accettare il peso della funzione culturale che la religione e la nazionalità, nella storia familiare, personale e quotidiana di ognuno di noi, hanno nella formazione di ogni essere umano, e nell’islamico non secolarizzato a maggior ragione.

Naturam expelles furca tamen usque recurret, diceva acutamente Orazio 2000 anni fa: puoi cacciare la naturale indole con la forca, essa di continuo tornerà. Lo chiariscono gli attentati di questi anni in Europa compiuti spesso da giovani di seconda e addirittura terza generazione di immigrati di origine musulmana a dimostrazione di quanto sia stato ipocrita e fallace presumere che bastasse un documento di identità perché aderissero ai valori della civiltà occidentale. E del resto sono molte le famiglie musulmane qui immigrate dove la donna è rinchiusa in casa o esce solo velata e non parla una parola di italiano, dove l’uomo si rifiuta di dare la mano alla professoressa o alla dottoressa perché sono donne, dove si pretende che le nostre consuetudini debbano scomparire per non urtare chissà quali sensibilità: è evidente che questo stato di cose non è definibile come integrazione.

Molti esponenti delle sinistre occidentali sperano, spesso in buona fede da neopositivisti quali sono, che con internet, la medicina, la scienza e il progresso in generale, l’osmosi tra culture resa così fruibile - se solo lo si volesse- dalle nuove tecnologie e dallo scambio di informazioni, commerci e conoscenze, per un islamico in Occidente automaticamente si sfumino le differenze. E’ una valutazione impropria, errata e fallace, un ottimismo della volontà che si traduce nel fallimento della realtà ed elettoralmente porta anche ad una costante regressione in termini di credibilità politica in settori sempre più ampi della popolazione italiana ed europea, e che se non è ancora diventata impotenza strutturale è solo perché, come detto prima, l’alternativa delle destre spesso risulta troppo truce e agli occhi di molti, me compreso ovviamente, non all’altezza.

Bisognerebbe conoscere e riconoscere il problema e la sua portata, e cioè, nello specifico, come pensare di fare convivere una religione come l’Islam - che è anche una cultura, un sistema normativo e un fenomeno antropologico solido di 14 secoli - all’interno di un sistema sociale, di Diritto, culturalmente liberale come una Democrazia Occidentale.
Islam vuol dire letteralmente Sottomissione e non prevede il libero arbitrio, e ciò preclude qualunque sfumatura interpretativa.
La religione islamica si basa sul loro libro sacro (Il Corano, dettato a Maometto direttamente da Allah tramite un angelo) e sui racconti della vita del Profeta (gli Hadith) che hanno altrettanto valore divino (e giurisprudenziale, perché nell’Islam non è prevista separazione tra potere temporale e spirituale) e che un buon musulmano sarebbe tenuto a rispettare.
Essi prescrivono tra l’altro norme comportamentali per i componenti di una società patriarcale formata da tribù di pastori e commercianti nomadi della penisola arabica del VII secolo Dopo Cristo, ossia 1400 anni fa: va da sé che la aprioristica esecuzione di questi precetti sia difficilmente conciliabile con qualunque società  occidentale contemporanea.

Le statistiche ci dicono che nel mondo ci sono oltre un miliardo e mezzo di musulmani: il fatto che siano solo alcuni milioni coloro che vivono seguendo le prescrizioni coraniche è speculare al fatto che ci sono nominalmente anche oltre due miliardi di cristiani e ognuno di noi sa bene che non è definibile come cristiano praticante chi semplicemente va alla Messa di Natale o si sposa in Chiesa, per poi trascurare il messaggio dei Vangeli per il resto della vita.
Non esistono dunque un Islam radicale e un Islam moderato:  esistono musulmani di stretta osservanza, e musulmani poco praticanti, come tra i cristiani. Ma le proporzioni non sono le stesse, tantomeno le conseguenze di ciò.

Pure la Torah, che è Legge per gli ebrei e col Nuovo Testamento  compone il Canone cristiano, rappresenta spesso un Dio violento e offre una serie di prescrizioni che non da oggi appaiono assurde e inapplicabili, ma la stragrande maggioranza degli ebrei e dei cristiani ha saputo fare nel corso dei secoli una proficua esegesi dei loro testi sacri.
L’Islam, in particolar modo quello sunnita che è maggioritario (in Libano e in Siria gli unici difensori dei cristiani attaccati dagli islamisti sono peraltro gli sciiti filoiraniani di Hezbollah e gli alawiti di Assad!),  dopo quattordici secoli non ha effettuato un percorso similare e tutto lascia intendere che non lo potrà, saprà e vorrà fare ancora per lungo tempo, per cui il fatto che il fedele vale più dell’infedele, l’uomo più della donna, il califfato più della democrazia sono concetti inestirpabili dalle menti di chi davvero segue quei precetti.

Come moltissimi italiani, anche io conosco cittadini di religione musulmana, e di svariati di essi non posso che parlarne bene: sono integrati nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle attività dei nostri Comuni, all’interno della società italiana convivono con correttezza nel reciproco rispetto delle inevitabili differenze culturali.
Ma Engels ci ha spiegato bene un secolo e mezzo fa che la quantità determina la qualità: per ora in Italia sono ancora relativamente pochi ma già oggi nei quartieri delle grandi città europee dove sono concentrati  il comunitarismo islamico crea di fatto una società dentro la società e in ogni parte del mondo in cui la Sharia è al potere, è impossibile la convivenza con i valori del Diritto e delle libertà occidentali, dell’Umanesimo che ha formato il nostro stile di vita, della Laicità, dell’uguaglianza di genere e del rispetto di ogni differenza, e che fanno della nostra cultura europea non solo l’ambiente migliore in cui voler vivere ma che ci dovrebbe rendere orgogliosi di dove e di come viviamo, che dovremmo difendere e rivendicare con razionalità e determinazione prima che sia troppo tardi, tutti insieme come occidentali fieri di esserlo, eredi di Giustiniano e di Carlo Martello come di Voltaire e Montesquieu senza cedere impotenti agli strabismi dell’attuale inadeguata classe politica che a destra come a sinistra non riesce quasi mai a focalizzare la questione e di conseguenza impostare un percorso dignitoso e credibile che salvaguardi la nostra storia e il nostro futuro coniugando diritti e doveri, solidarietà e sicurezza, libertà e responsabilità.

Dovremmo essere ben consci che il nostro rapporto storico col mondo arabo, turco e turcomanno è millenario (e chi vive in un territorio che ha Venezia capoluogo lo dovrebbe sapere più di ogni altro) e continuerà ad essere imprescindibile, a patto che non diventi squilibrato.

Solo così dimostreremo di onorare veramente e degnamente la memoria delle vittime dell’11 settembre e di tutti gli altri attentati.
Emanuele Ulisse
Occhiobello
Articolo di Martedì 14 Settembre 2021

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